Due Spicci, la recensione: Zerocalcare ci ha fatto capire che non possiamo essere i Goonies per sempre
Meno frenetica e più amara: Due Spicci è la serie più intima e crepuscolare di Zerocalcare, un commovente viaggio pop nella disillusione e nella fine dei miti di una generazione precaria.
Ricordo ancora la prima volta che ho visto una serie di Zerocalcare. Era Stappare lungo i bordi, in una proiezione alla Festa del Cinema di Roma. Ricordo che facevo fatica a prendere appunti, a star al passo con il racconto, per tutti gli spunti, le immagini, le parole, la frenesia del racconto, il ritmo irresistibile. Stavolta è stato diverso. Non tanto. Ma diverso. Due Spicci, la nuova serie di Zerocalcare, ha un ritmo più compassato. Le parole sono dosate. Quella che ci racconta stavolta è una storia amara, dolorosa, che ha a che fare con il disincanto, con il tempo che passa, con le amicizie che ci sono ma che non risolvono tutto, con i soldi, con le famiglie e con le tante violenze che abbiamo intorno, a un passo da noi. Le sue proverbiali digressioni ci sono sempre, le sue battute anche, i suoi personaggi non mancano. Le invenzioni visive forse sono ancora maggiori che nelle serie precedenti, ancora più cinefile. Ma Due Spicci è una serie crepuscolare e struggente.
La trama: Zero, Cinghiale e un piccolo locale
Ma di che cosa parla Due Spicci? Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale. Ma problemi economici, incomprensioni e vite personali che si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto pressione. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte difficili. È una storia che è collegata a due graphic novel di Zerocalcare: Scheletri, per le atmosfere noir, e Macerie prime, per il legame con il matrimonio di Cinghiale. Come sempre, non si tratta ovviamente di un adattamento, ma di una storia completamente originale. Ma sono echi che risuonano e che portano Due Spicci nel Calcareverse, l’universo dove accadono le storie del nostro eroe.
Un mondo di brutture
È una storia drammatica, dicevamo. Perché porta alla luce un mondo di brutture che, in qualche modo, era rimasto fuori dalle serie precedenti. Certo, in Questo mondo non mi renderà cattivo c’erano la xenofobia, le destre, l’ideologia. Ma qui c’è la criminalità, così vicina a noi che incrociarla è un attimo, c’è la violenza domestica, quella di genere. C’è anche quella verso gli animali (con due irresistibili cani protagonisti). Ci sono i litigi, quelli in cui, ci spiega Zero, ogni volta che ritornano bisogna dire qualcosa di più grande, di più cattivo, altrimenti l’altro non ci crede, come se si passasse a un livello più difficile di un videogame. Ci sono le amarezze e le incomprensioni del vivere quotidianamente uno accanto all’altro.
Essere pagati in Goleador
Sono storie intime, private, minimaliste. Ma in cui Zerocalcare, ancora una volta, riesce ad essere universale. E ad essere la voce di una generazione, o forse anche più di una, quella precaria. Nel racconto ricorda di quando lui e i suoi amici avevano 30 anni. Ma, lo dice subito, non erano affatto i trentenni degli anni Ottanta, sicuri del posto e della pensione. A un certo punto, dice, “hanno deciso che si veniva pagati in Goleador (le note caramelle)” ed è cambiato tutto. Come racchiudere in un’immagine un mondo. Erano gli anni, però, in cui bastava stare insieme, nella banda, e ci si sentiva fortissimi, si risolveva tutto. Come ne I Goonies (anzi, i Gunis).
Non si può sempre fare come I Goonies
Dieci anni dopo, però, la disillusione di Zerocalcare è evidente. Sente che a questa età c’è la fine di qualcosa che ci aveva accompagnato per 40 anni, che la risposta ai problemi potesse essere sempre quella collettiva. Invece ora ha capito che non si può sempre fare come I Goonies. Perché siamo invecchiati, perché ognuno ha i suoi problemi, perché alcune storie sono troppo più grandi di noi. È qui l’amarezza di Zerocalcare, la sua delusione. È in questo senso che Due Spicci è commovente in modo diverso da Questo mondo non mi renderà cattivo: lì il tema era politico, qui è intimo. Anche se, come si dice, tutto è politico.
Il maschilismo e l’amore tossico
È politico e intimo allo stesso tempo anche il suo sguardo sul femminile. La storia di Smeralda, ex fiamma di Zero che ritorna, ed è imprigionata in un amore tossico, ci racconta la serietà di questo problema, e anche quella che spesso è l’impotenza di chi sta vicino a una persona che ha questo problema. Ma Zerocalcare, al solito, guarda anche dentro se stesso e a un maschilismo con cui intere generazioni – anche le nostre – sono state educate. Nel suo consueto dialogo con la sua coscienza (impersonata dall’Armadillo con la voce di Valerio Mastandrea, sempre più centrato nel personaggio) riflette proprio su questo. Ai nostri tempi non c’erano modelli femminili come Undici e quelli di The Handmaid’s Tale. E allora “grande festa alla Corte di Francia?” Sì, i modelli di un femminile diverso li avevamo. Forse non li avevamo colti.
Il marchio di fabbrica: il flusso di coscienza
Zerocalcare racconta tutto questo, mettendosi più volte a nudo, parlando di sé per parlare di tanti di noi. E riesce a orchestrare tutti questi temi in un’arte di raccontare sempre più completa, ricca, sfaccettata. Il suo marchio di fabbrica rimane: è quel flusso di coscienza che non si esplicita solo nel dialogo con l’Armadillo, ma anche in quelle associazioni di idee che ci portano subito con la mente da un concetto a un altro da una suggestione all’aprirsi di un mondo. Michele Rech lo fa con un’animazione sempre più fantasiosa, che riesce a dare meravigliosamente corpo e immagini immediatamente riconoscibili a concetti astratti, ad aprire finestre e chiuderle velocemente, ma lasciandoti qualcosa dentro, anche a livello subliminale. Le serie di Zerocalcare vanno viste più volte. La prima per seguire la trama, la seconda per cogliere le riflessioni più intime. La terza per soffermarsi sui dettagli.
L’omaggio all’animazione
Quello di Zerocalcare è un racconto imbevuto di cultura pop. C’è il cinema con le famose scale della vertigine de La donna che visse due volte di Hitchcock, alle zattere improvvisate del Titanic, metafora di vita. C’è l’immancabile Star Wars con il Maestro Yoda e c’è Pulp Fiction. C’è tanta musica, dai Joy Division ai Cure a Moonlight Shadow di Mike Oldfield. Ci piace, soprattutto, quell’omaggio ad altri stili di animazione che a loro modo hanno fatto la storia, come i film del grande Hayao Miyazaki e come il video di Take On Me degli A-ha, famoso per l’uso del rotoscoping. È uno Zerocalcare bravissimo a usare le suggestioni horror, con richiami alle atmosfere di Stephen King, e a dosare i colpi di scena. Per tre episodi crea l’attesa per Secco, svelando l’arcano alla fine del terzo. Dopo anni in cui lo conoscevamo, abbiamo capito qual è il posto di Secco nel mondo. È il game changer. Per noi è una figura di carta e inchiostro, anche se esiste davvero. Ma è come se fosse un nostro amico. E così Sara, Cinghiale. E Zero, soprattutto Zero. Lo sentiamo così tanto un nostro amico che, oggi che lo sentiamo così giù, ci viene voglia di abbracciarlo.