Explanation For Everything, la recensione | Festival di Venezia
Diretto da Gábor Reisz, Explanation for Everything fa il gioco del cinema dei punti di vista di Hirokazu Kore’eda, e pur non trattenendone la medesima complessità riesce ad elaborare una grande riflessione sull’incomunicabilità e su come il politico coinvolga il quotidiano anche ai livelli più inaspettati.
La recensione di Explanation for Everything, vincitore del premio come miglior film nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2023
Il film si gioca tutto su livelli incrociati di narrazione e punti di vista: diviso infatti per giorni, lungo una settimana, a loro volta osservati dalla prospettiva di più personaggi (il figlio Abel, suo padre, l’insegnante di storia, una giornalista), Explanation For Everything già formalmente pone la narrazione come ingannevole, suggerendo qua e là come lo stesso momento sia andato in modo leggermente diverso per ognuno. Questo spunto così specifico viene presto - purtroppo - abbandonato, tuttavia questa suddivisione, per il modo in cui è costruita progressivamente verso la climax, prende totalmente non facendoci parteggiare per nessuno (e questo non risulta problematico ai fini narrativi, anzi) ma tormentandoci su quale possa essere l’esito della vicenda.
Sommariamente, quello che succede è che si scopre man mano lungo il film che nessuno è così innocente come sembra, ognuno ha una doppia intenzione o qualcosa che tiene nascosto: il padre è un conservatore il cui orgoglio è stato ferito dalle parole del professore di storia, che a sua volta è una testa calda che dimostra di non sapere ascoltare (la moglie come una persona che intervista) e che, a sua volta ancora, ferisce senza volerlo l’emotività di Abel, il quale dietro un disagio vero nasconde la scusa di una preparazione scolastica oggettivamente insufficiente.
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