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Far East Film Festival 2026 - 5 Centimeters per Second, la recensione: smarrire il senso del tempo

Un amore sospeso nel tempo e nella distanza: il live-action di 5 Centimeters per Second incanta i fan ma rischia di diluire la poesia fragile e unica dell’originale di Makoto Shinkai

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Negli ultimi anni, la portata del successo degli anime è diventata gigantesca e realmente globale, oseremmo dire di massa, tanto da rendere anche quello italiano un mercato importante, laddove fino a qualche anno fa era una nicchia – nutrita e disposta a spendere – ma marginale rispetto al cosiddetto grande pubblico. Uno dei nomi, a parte il trasversale Studio Ghibli di Miyazaki, che ha contribuito da noi allo sdoganamento anche verso un pubblico non esperto è stato quello di Makoto Shinkai; ne parliamo perché il Far East Film Festival 2026 ha portato sul grande schermo di Udine 5 Centimeters per Second (秒速5センチメートル), l’adattamento live-action dell’omonimo anime del 2007.

Un adattamento lungo il doppio

La storia che racconta il film, diretto da Yoshiyuki Okayama, è la stessa dell’anime: quella di due ragazzi taciturni e introversi, Tohno (Hokuto Matsumura) e Akari (Mitsuki Takahata), che diventano amici da bambini e passano buona parte della loro vita a distanza, cercando di raggiungersi e reincontrarsi mentre la vita ha per loro altri piani. Fumiko Suzuki prende lo script originale di Shinkai e, aggiungendovi vicende, dettagli, personaggi e approfondimenti, lo rende un dramma sentimentale giovanile perfetto per il grande pubblico.

Come l’originale, anche questo adattamento di 5 Centimeters per Second racconta una storia d’amore tramite l’assenza, gli attimi mancati, i piccoli e grandi rimpianti del caso, ragionando su come il tempo lineare della vita comune diventi un’entità a parte quando si tratta di sentimenti; anche il racconto, quindi, dilata o restringe il tempo a suo piacimento, lo sposta avanti e indietro. Soprattutto, però, lo fa la sceneggiatura, che prende i 63 minuti del prototipo e li raddoppia, puntando sulla voglia dei fan di entrare sempre più in profondità nei personaggi, di dilatare la possibilità di stare con loro.

La fragilità degli idoli

Commercialmente è un’operazione sensata, un modo intelligente di fare fan service senza escludere il resto degli spettatori; cinematograficamente, però, è un’idea molto rischiosa se non si ha un’ispirazione fortissima: quella di Okayama e Suzuki non è all’altezza delle idee di Shinkai, sembra adagiarsi a certe suggestioni di Murakami edulcorandole e, soprattutto, non riesce ad andare oltre un modo di metterle in scena un po’ lezioso, un po’ svenevole.

Restano i singoli momenti, le scene madri dell’originale, riportate con efficacia estetica ed emotiva: la partenza del razzo, il treno in ritardo, la nevicata sotto gli alberi, la caduta delle foglie che dà il titolo al film. Tutto il resto è fin troppo levigato, quasi anestetizzato, come i volti da idoli dei protagonisti (e Matsumura è un idol, membro dei SixTONES); ma sono critiche adatte ai cinefili, o a spettatori più esigenti, mentre probabilmente gli appassionati si godranno la delicatezza del film con un sorriso sulle labbra e una lacrima sul viso.

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