Far East Film Festival 2026 - Suzuki=Bakudan, la recensione: a caccia di bombe, come ai bei tempi
Un thriller cerebrale che rilegge il serial crime anni ’90 tra enigmi linguistici e tensione psicologica: Suzuki=Bakudan convince per ritmo e interpretazioni, ma si perde in un finale troppo complicato
Per fare un salto indietro agli anni ’90 non serve ammantare le immagini o le colonne sonore di colori, suoni, canzoni o memorabilia del passato: basta riprendere in mano il caro vecchio serial thriller, ovvero quel filone di film crime esploso sulla scia de Il silenzio degli innocenti, in cui agenti e poliziotti danno la caccia a un criminale psicopatico. Lo ha capito bene Akira Nagai, che al Far East Film Festival 2026 ha presentato il suo nuovo film Suzuki=Bakudan.
La follia esplosiva del Giappone
Presupposto essenziale: un uomo non del tutto sano di mente, per usare un eufemismo, è sotto il torchio delle forze dell’ordine per rivelare l’ubicazione di alcune bombe che minacciano Tokyo. Una partita a scacchi con l’intelligenza degli agenti, tra enigmi, indizi impossibili e corse contro il tempo.
Da un romanzo di Katsuhiro Go, tradotto in immagini da Hiroyuki Yatsu e Masahiro Yamaura, Suzuki=Bakudan (爆弾, dove ‘bakudan’ vuol dire bomba) segue le orme di quel cinema di 30 anni fa, dandogli una patina produttiva ed estetica più contemporanea, guardando ai mind game movies più che al thriller puro, partendo da film come Speed o soprattutto Blown Away - Follia esplosiva e tenendone quasi del tutto l’apparato psicologico e intellettuale (anche per risparmiare sui costi).Più tensione che atmosfera
Nagai ci tiene a far sentire la derivazione letteraria del film: lavora molto con le parole, con il loro significato nascosto, con le possibilità della lingua giapponese e del suo sistema di scrittura di giocare a rimpiattino con le immagini; dall’altro lato, specularmente, fa in modo che dietro i giochini enigmistici di Suzuki appaia una vicenda tragica e umana su cui dipanare il vero impatto emotivo del film.
Suzuki=Bakudan è dunque un film molto professionale nella produzione e nella messinscena, più riuscito nella suspense rispetto all’atmosfera inquietante e torbida che cerca di creare nella seconda parte (che si impantana in una sfida impari guardando a Cure di Kiyoshi Kurosawa), con il solito vizio che spesso hanno i thriller giapponesi di complicare fino all’impossibile i propri intrecci, fino a rendere confusi i finali, riscattato però da ottime interpretazioni e una generale efficacia di fondo. Anche perché, abbandonando la nostalgia e riaffermando il senso critico, i film simili degli anni ’90 — tranne Il silenzio degli innocenti — erano tutt’altro che perfetti come ce li ricordiamo.