Far East Film Festival 2026 - The Shadow's Edge, la recensione: i giovani sgobbano, gli anziani si godono la gloria
Jackie Chan torna al FEFF 2026 con The Shadow’s Edge, un action tra rapine high-tech e scontro generazionale che mette a confronto vecchie leggende e nuove leve del cinema hongkonghese
Che FEFF sarebbe senza Jackie Chan? E infatti il Far East Film Festival 2026 ha selezionato ben due film interpretati dalla più grande star del kung fu vivente: il primo di questi, più vicino a ciò che il pubblico si aspetta da lui, è The Shadow’s Edge, thriller di rapina e caccia all’uomo per la regia di Larry Yang.
La Cina è un paese per vecchi?
Il film racconta di una banda di rapinatori high-tech, capeggiata dall’esperto e anziano Fu (Tony Leung Ka-fai), latitante da oltre 20 anni, che fa impazzire la polizia, tanto che quest’ultima si trova a chiedere aiuto a Wong (Chan), un esperto di cybersicurezza che rientra dal pensionamento per affrontare il nemico di una vita.
Scritto dallo stesso regista a partire da un film del 2007, Eye in the Sky, di cui questo è una sorta di rifacimento, The Shadow’s Edge (捕風追影, letteralmente “Inseguendo il vento e le ombre”) è un film che racconta un tema molto radicato nella cultura e nel sistema politico cinese, ovvero il rapporto tra giovani e vecchi rispetto all’autorità e alle questioni di potere.Il potere logora chi non ce l'ha
I due divi che si fronteggiano, aspetto su cui il film ha costruito il suo successo in patria, sono molto più anziani dei giovani che si trovano a gestire: li usano, tornano dal pensionamento o dalla latitanza per riacquistare un potere che non gestivano più (Chan entra in scena come dog-sitter, a sottolineare come, senza “potere”, un uomo sembri ridicolo); dall’altro fronte della barricata ci sono i giovani che lavorano, lottano, scalciano per avere il loro posto al sole, come l’allieva poliziotta messa da parte perché femmina e minuta (Zhang Zifeng) o i gemelli, tutti interpretati da Ci Sha, che Fu ha plasmato per servirsene, come il Fagin di Oliver Twist, e che si ribellano all’ingombrante ombra paterna.
Su queste dinamiche, Yang innesta giochi di travestimenti e mascherate che diventano dramma nel dramma, lavorando sul concetto di famiglia così importante per la Cina, anche se il film è ambientato quasi tutto a Macao e co-prodotto con Hong Kong, e mescola questi sentimenti con un senso di spericolatezza che ricorda in parte i bei tempi del cinema di Chan. Anche in questo, lo scontro generazionale è evidente: laddove i giovani puntano alla sospensione dell’incredulità, facendo cose mirabolanti grazie a stuntman e digitale, Chan si concentra su alcuni momenti forti di corpo a corpo, specie il finale al ristorante, e non chiede di sospendere nulla, perché lui quelle cose le ha sempre fatte davvero, senza effetti o sostituzioni; e ora che non può più come prima, che ci pensino i giovani a rischiare il collo.