Felicità, la recensione | Festival di Venezia
Quello che sorprende di Felicità, l’esordio alla regia di Micaela Ramazzotti, è proprio come l’attrice, ora regista e quindi padrona della sua immagine, smonta e riassembla il pregiudizio del suo alter ego filmico
La recensione di Felicità, presentato nella sezione Orizzonti Extra al Festival di Venezia 2023
Quello che sorprende di Felicità, l’esordio alla regia di Micaela Ramazzotti, è proprio come l’attrice, ora regista e quindi padrona della sua immagine, smonta e riassembla il pregiudizio del suo alter ego filmico, mostrando un personaggio che della sua “solita” fragilità non fa un vessillo pietistico o facile, ma una caratteristica che può coesistere con una forza d’animo di ferro. Come a dire che la fragilità non è un difetto e che questa può benissimo coesistere con il suo opposto, e insieme a dire che il pregiudizio viene sempre dall’arroganza (come arrogante è il personaggio di Rubini, che le dice cosa dovrebbe dire, fare, mentre Desirè sembra dargli retta ma fa di testa sua) Felicità di Micaela Ramazzotti racconta di relazioni famigliari e amorose storte, complesse ma fortemente riconoscibili da molti, e ritrae un piccolo ma validissimo esempio delle violenze emotive che spesso vive una donna nell’Italia media di oggi.
Molto più della trama in sé, che è quella per Desirè di salvare il fratello (Matteo Olivetti) dalla sua malattia mentale (la parte che sa più di già vista, che commuove meno, e che infatti lascia a desiderare nel suo epilogo), l’aspetto più interessante e riuscito di Felicità è la scrittura dei personaggi, il modo in cui sono resi singolarmente e in cui interagiscono in modo rivelatorio tra di loro.
Questi due personaggi sono la chiave per tutto quello che succede nel film, e quando sono tutti insieme ecco che il film letteralmente esplode. Altrettanto necessario a veicolare questo clima di molestie emotive è il compagno di Desirè, che pensa di essere migliore di loro e invece rivela che il vero deficit di quella relazione, e dei rapporti in generale, non è mai davvero di tipo intellettuale (e qui sta l’ulteriore intelligenza del film) ma sempre emotivo.
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