First Cow, la recensione
First Cow con il minimalismo dei racconti più virtuosi riesce a parlarci di storia, economia e società usando letteralmente due uomini e una mucca
È tra riquadri a camera fissa, scorci come dipinti ad olio impressi sulle pagine di un libro di fiabe, che Kelly Reichardt ci racconta la storia di First Cow. Una fiaba di frontiera ma non un western, un regno dal realismo magico ma non mitopoietico, dove personaggi-pedine mossi da pulsioni “pure” (speranza, avidità, invidia) si muovono su un immaginario carillon: seguendo binari di un destino già scritto.
Siamo nel West, precisamente nell’Oregon dell’epoca della corsa all’oro, ma siamo agli antipodi della frontiera. È infatti tra boschi e cespugli, nell’entroterra, che vagano Cookie (John Magaro) e King-Lu (Orion Lee), rispettivamente un cuoco del Maryland e un immigrato cinese in cerca di fortuna, due anime che si incontrano nel buio. Quasi riconoscessero la loro affinità di spirito semplicemente stando vicini, Cookie e King-Lu decidono di unire la creatività dell’uno e l’ingegnosità dell’altro per mettere in piedi una modesta produzione di dolcetti al latte. Il latte però è quasi più prezioso dell’oro: proviene dalla prima e unica mucca importata nel territorio appartenente a un ricco mercante inglese (Toby Jones) e che Cookie munge di nascosto di notte. L’inganno tuttavia non è destinato a durare a lungo…
First Cow ricorda a tratti la sospensione meravigliata di Dead Man di Jim Jarmusch, le due figure allucinate dell’inidiano Nessuno e il contabile William Blake - e, ripensandoci, il film inizia proprio con una citazione di Blake, il poeta - ma nella sua anti-frontiera siamo ancora prima della legge del taglione. Qui quasi non si vedono pistole, la violenza è più che altro potenziale ed è la minaccia del più forte (ovvero il più ricco, chi detiene non ancora i mezzi di produzione ma il capitale grezzo, la mucca. Siamo ancora nel regno del baratto).
Facendosi forte dell’arte della sottrazione, fatta di silenzi, contemplazione, poche parole ma tanti sguardi e gesti, e della densità significativa degli oggetti di cui è composto - strumenti e utensili da brandire, usare con agilità o maneggiare con cura, che siano padelle, scope, mazzi di fiori, funghi e ovviamente dolcetti - First Cow si riempie in profondità (la profondità di campo) e in tutti i sensi dello spazio.
First Cow con il minimalismo dei racconti più virtuosi riesce a parlarci di storia, economia e società usando letteralmente due uomini e una mucca. Può quasi sembrare una barzelletta (e di fatto c’è sottesa, costantemente, una strana ironia), eppure, nella sua semplicità disarmante, è più di una semplice parabola.
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