Hannibal 2x08, Su-zakana: la recensione
La serie di Bryan Fuller cambia rotta, introducendo temi inediti e nuovi personaggi al fianco di Hannibal
Gli appassionati della saga letteraria di Thomas Harris avranno di che leccarsi i baffi questa settimana, e non solo per i simbolismi sopra citati. Ce n'è per tutti i gusti, nell'ottavo episodio di questa succulenta seconda stagione di Hannibal che, oltre alla consueta dose di adrenalina e all'ovvio fiume di sangue, si concede riflessioni sulla nascita, sulla morte, sul concetto di normalità e sulle tante contraddizioni dell'odio e dell'amore.
È un Will nuovo quello che abbiamo davanti, non solo per l'elegante cappotto o per il taglio di capelli che ne sottolinea il ripristinato ordine mentale: è un uomo che, ben lungi in realtà dall'essere in pace con se stesso, sta elaborando una strategia inedita e sottile: già nella cena che consuma a casa di Hannibal, saltano all'occhio delle differenze sostanziali, e i primi passi di una danza di corteggiamento psichicamente contorta ma efficace per far abboccare Hannibal all'esca viva che è Will stesso.
Il nostro giovane eroe è dinnanzi a un' ignota, pericolosa svolta della propria vita, una rinascita che echeggia anche nell'omicidio trattato nella puntata: quel che a prima vista sembra un gioco macabro di matriosche si rivelerà infatti un pietoso rituale volto ad accompagnare l'anima della defunta nell'aldilà, veicolandola attraverso lo storno al raggiungimento di una nuova, più pura esistenza.
Vengono inoltre introdotti due personaggi desunti dai romanzi di Harris - uno esplicitamente presentato, l'altro ancora nell'ombra ma già ben delineato. Si tratta dei gemelli Margot e Mason Verger, interpretati rispettivamente da Katherine Isabelle e Michael Pitt. La giovane, rampolla di una famiglia tanto ricca quanto sentimentalmente arida, è paziente del dottor Lecter, cui confessa di voler uccidere il fratello, colpevole di averla sottoposta a continui maltrattamenti fisici e psicologici. Casca bene la fanciulla, non potrebbe essere in mani migliori: non stupisce affatto che l'esito di questi consulti sia il consiglio, da parte di Hannibal, di aspettare il momento propizio per eliminare Mason facendola franca. O, ancora meglio, trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco al posto di Margot. Un consiglio strano, dato a una ragazza che si definisce strana da uno psichiatra che, per sua stessa ammissione, è ben più strano di lei. E non c'è alcun peccato nella stranezza, afferma convinto il medico.
Da questo momento in poi, Hannibal e Will sembrano precipitarsi (o precipitare) verso il culmine dell'episodio, in un gioco di specchi che crea una climax di rara intensità drammatica. Il caso di omicidio trattato nella puntata vede al centro un meccanismo che ricalca in tutto e per tutto la dinamica della storia tra i due uomini: un presunto colpevole mentalmente instabile, tal Peter Bernardone (palese omaggio a Francesco di Pietro di Bernardone, alias San Francesco, protettore degli animali), in realtà manipolato dal freddo, insospettabile Clark Ingram, assistente sociale che, per definizione di Will, è "qualcuno di cui ti fidi, che credi essere tuo amico, ma di cui poi scopri la vera natura". E se Peter non è che una versione più sofferente e debole di Will, nell'impassibile Ingram non possiamo non ravvisare le caratteristiche più spiacevoli di Hannibal. Il riflesso è chiarissimo, il parallelo non può sfuggire.
La chiave di lettura dell'episodio è probabilmente data dallo scambio di battute tra Peter e Will, in cui l'ex profiler ammette la propria invidia per l'odio provato dal giovane incriminato, perché "è più facile uccidere, quando sai cosa provi". Will vorrebbe uccidere Hannibal con le sue mani, l'ha detto senza mezzi termini allo psichiatra stesso; eppure, malgrado la pulsione di morte che lo infiamma, è ancora ben lungi dall'odiare il suo carnefice, perché nulla è semplice nell'universo sentimentale creato da Bryan Fuller. Nemmeno la vendetta.
E sui due profili accostati si chiude questo capitolo, col sorriso enigmatico di Hannibal a un palmo dal volto ipnotizzato e spaesato di Will, lasciandoci ancora una volta senza punti fermi, scombussolati da nuovi stimoli e pervasi di suggestioni che non mancano di disorientarci e, al contempo, affascinarci.