Il ministero della guerra sporca, la recensione
Il ministero della guerra sporca è un onesto B-movie di guerra che conferma tanto la mano di Guy Ritchie quanto la sua poca ispirazione.
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La recensione di Il ministero della guerra sporca, il film di Guy Ritchie con Henry Cavill disponibile su Prime dal 25 luglio.
Ormai da anni Ritchie non è più un regista in grado di stupire, al massimo di eseguire con competenza meccanismi narrativi che per stile e tono sembrano sempre più vecchi. Le sgangherate gangster-comedy degli esordi hanno lasciato il posto a un manierismo da narratore retrò (il cui brand si identifica con un'idea di "tradizione britannica") appena più personale della media. La sua ironia, da esprimere un senso di "sfiga" provinciale rispetto agli standard criminali di Hollywood, si è evoluta in un gusto per la battuta spaccona che nei casi migliori funziona (quando hai un Robert Downey jr.) ma è comunque quanto di più allineato e prevedibile per la tradizione in cui si muove.
Il ministero della guerra sporca è esattamente il film che ci si può aspettare da un regista che attraversa una fase così interlocutoria. Non perché sembri fatto senza cuore; Ritchie dà sempre l'impressione di divertirsi a sguazzare nei generi, a scrivere battutacce (un paio di volte si ride di gusto), a filmare azione cruenta, a sbozzare personaggi da fumetto. Il problema, dovendo riassumerlo in una sola parola, è che lo fa in modo troppo generico. Il ministero esegue "bene" le varie tappe dell'avventura bellica: presentazione dei personaggi, reclutamento per la missione, showdown finale. Ma sempre col dito sul manuale, senza spiazzare o trovare soluzioni alternative.