La profezia dell'Armadillo, la recensione del film
È uscito nei cinema italiani La profezia dell'Armadillo, film diretto da Emanuele Scaringi
Carlo Alberto Montori nasce a Bologna all'età di 0 anni. Da allora si nutre di storie: lettore, spettatore, ascoltatore, attore, regista, scrittore.

Mentre la cinematografia americana, giapponese, inglese e francese pesca a piene mani dallo scenario fumettistico per realizzare film e serie televisive, in Italia gli studi di produzione sembrano abbastanza restii a sfruttare le proprietà intellettuali di successo della Nona Arte per tradurle sul grande schermo.
In questo scenario, La profezia dell'armadillo è una pellicola degna di nota per l'ambizioso tentativo di adattare l'opera del fumettista italiano più amato dell'ultimo decennio, in grado di conquistare anche un pubblico trasversale che solitamente non legge vignette e balloon. La scelta, più che naturale, è stata quella di concentrarsi sul primo volume dell'autore, una raccolta di storie brevi nelle quali vengono presentati molti dei personaggi, dei temi e degli elementi ricorrenti che avremmo ritrovato in seguito nella sua bibliografia; il tutto è tenuto insieme da un malinconico filo conduttore: la notizia della morte di Camille, amica d'infanzia del protagonista, evento che fa scaturire una serie di ricordi e riflessioni sulla vita e sul futuro.
Lo spirito della storia originale si può ritrovare nel film, nato con l'intento di restare abbastanza fedele al fumetto, concedendosi però la libertà di aggiungere situazioni ed elementi che non stonino troppo con l'opera originale. Ci sono alcune sequenze che tentano di ricreare visivamente le stesse inquadrature e gli effetti delle tavole di Zerocalcare; purtroppo, però, nel processo di trasformazione qualcosa si è perso, probabilmente a causa di un approccio che non è riuscito a catturare del tutto le particolarità grazie alle quali il fumettista di Rebibbia è arrivato a parlare a un pubblico tanto vasto. Ironicamente, per fare meglio sarebbe stato sufficiente ascoltare due "lezioni" enunciate dal film stesso.
Il secondo difetto principale di questo adattamento viene spiegato da Zerocalcare a Secco, quando gli racconta di un manifesto particolarmente efficace, nel quale un agente viene raffigurato come un rotore; il potere semiotico di una metafora è incredibile, e trasformare un poliziotto nell'ingranaggio di un sistema dice molto più di quanto potrebbe fare la figura umana. Tale aspetto è fondamentale nel linguaggio di Zerocalcare, che trasformando una persona in un animale, in un personaggio famoso o addirittura in un oggetto inanimato definisce all'istante come la considera e quale sia il suo ruolo nella storia.
Un battibecco tra Zerocalcare e la madre/Lady Cocca risulta una scena divertente e surreale, mentre la versione cinematica con Laura Morante è inevitabilmente permeata di un conflitto generazionale e una pesantezza propria di una retorica nostrana. Ovviamente si tratta dell'elemento più difficile da rendere sul grande schermo, ma anche vedere il protagonista dare ripetizioni a uno scatenato Blanka ha un impatto completamente diverso dalla stessa insipida scena con un ragazzino di buona famiglia (che viene però chiamato Blanka, una strizzatina d'occhio ai lettori incomprensibile agli altri spettatori)
Il post-modernismo e le citazioni sono però presenti nei dialoghi, non in una quantità tale da entrare in "zona Kevin Smith" (e nel fumetto sono così abbondanti), ma quando, di tanto in tanto, vengono nominate figure come George Romero o i Cavalieri dello Zodiaco è una boccata di aria fresca; peccato per la mancanza di "attualità", visto che Zerocalcare utilizza spesso opere della cultura pop contemporanea, mentre gli unici riferimenti a qualcosa con meno di vent'anni sono citazioni a Romanzo criminale e Tutti pazzi per amore, con una compiaciuta autoreferenzialità italiana.
Per interpretare il protagonista (che ricordiamo essere una rappresentazione dell'autore, dunque dobbiamo provare di distanziare la persona dal personaggio, per quanto simili), Simone Liberati è una scelta di casting abbastanza discutibile: il suo fisico muscoloso e l'energia sanguigna erano sicuramente appropriati per il precedente Cuori puri, ma non per dare corpo al gracile e timido Zerocalcare. Non si può dire che quella dell'attore sia una interpretazione non riuscita, ma è evidente che si sia puntato su una caratterizzazione più tormentata e meno sopra le righe, mentre siamo abituati a vedere la controparte cartacea sbraitare e strabuzzare gli occhi di continuo. Probabilmente sarebbe stato più adatto al ruolo un caratterista con un energia simile a quella di Pietro Castellitto, che risulta invece perfetto nella parte di Secco. Ingiustificabili, invece, le performance attoriali degli interpreti della versione infantile dei protagonisti, evidente retaggio di un Cinema che con i bambini "si accontenta" e non richiede lo stesso livello qualitativo preteso dai colleghi adulti.
Spiccano diverse ingenuità nel tentativo di replicare alcuni aspetti del fumetto, con risultati goffi: la maglietta di Zerocalcare con il teschio che cambia colore o il cammeo di Adriano Panatta giocato su una fortuita omominia con un altro personaggio. Purtroppo, alcune buone idee non sono rese al meglio, come le grottesche sequenze animate, troppo distanti dallo stile grafico del fumettista, o le forze dell'ordine rappresentate in più occasioni nel corso del film dalle guardie forestali, quasi come buffe sturmtruppen tirate in ballo per non scomodare altre forze soggette a maggori critiche. Una delle trovate originali più emozionanti, la scena in cui Camille ricalca la silhouette della sua mano sulla tenda di Zero per lasciargli un suo ricordo prima di partire, viene smontata quando è evidente che il pennarello non lascia alcun segno, mentre nell'inquadratura successiva la sagoma è presente.
