Lucca 2017: Never Ending Man - Hayao Miyazaki, la recensione
Preso tra la voglia di creare qualcosa di nuovo e il timore di non farcela Never Ending Man - Hayao Miyazaki è il ritratto più sincero del dio degli anime
Il documentario parte quasi dove finiva Il Regno dei Sogni e della Follia, con lo Studio Ghibli chiuso e i suoi tavoli da disegno deserti, e si chiuderà invece con le stesse stanze di nuovo attive.
In mezzo la lavorazione del cortometraggio sulla storia di un bruco che Miyazaki decide di fare ad un certo punto. Irrequieto e desideroso di produrre non riesce a stare a casa a disegnare piccole illustrazioni, vuole una sfida, vuole qualcosa di grande e di difficile. Quindi decide di realizzare in maniera ambiziosa (per lui) anche un corto, ovvero cedendo alla computer grafica, cosa che non ha mai fatto in tutta la carriera. Seguiamo la sua fatica nell’adattarsi a quel mezzo, le resistenze, i cedimenti al disegno a mano e i test con tavolette grafiche.
Assume così un senso quasi liberatorio il fatto che nel finale il vero fil rouge del documentario (la paura, data l’età, di morire in mezzo alla lavorazione di un corto o di un lungo) arrivi alla più estrema delle soluzioni, cioè che non solo non può costituire un problema, ma anche che in fondo sia molto meglio morire lavorando ad un film animato che morire non facendo niente a casa. E forse in questo, nell’unione tra l’etica del lavoro nipponica e un’insanabile sete di creazione che lo spinge a disegnare a tutti i costi, sta il ritratto più sincero di Hayao Miyazaki.