Maschile singolare, la recensione
Nonostante i pregi di un certo realismo, Maschile singolare non riesce a comunicare il peso e l’importanza di ciò che viene raccontato
Scritto da Giuseppe Paternò Raddusa insieme ai due registi, Maschile singolare è la storia di Antonio (Giancarlo Commare), un ragazzo che dopo una storia di dodici anni viene lasciato da suo marito Lorenzo. Abituato a fare “da spalla”, dopo la rottura Antonio si ritrova perso, senza un lavoro, costretto a imparare a cavarsela. Su suggerimento del suo nuovo ed eccentrico coinquilino Denis (Eduardo Valdarnini), Antonio comincia a lavorare in un panificio dove, oltre all’altalenante relazione con Luca (Gianmarco Saurino), Antonio comincia a prendere seriamente la sua vocazione per la pasticceria.
La regia di Pilati e Guida non bada granché agli spazi, alla relazione del personaggio con i luoghi, né cerca di raccontare la storia tramite immagini evocative: tutto è rivolto all’attore e ad avere una narrazione il più pulita possibile. In questo il film riesce in modo lucido e chiaro, fa una scelta di campo e rimane sempre nei limiti degli eventi rinunciando a lavorare di creatività più “visibile”. Essendo il sonoro abbastanza problematico (a volte si perdono parole lungo i dialoghi) e la fotografia volta al mero realismo, l’attenzione si concentra principalmente sulle interpretazioni che, nonostante i limiti della sceneggiatura, convincono quasi tutte, Giancarlo Commare in primis. Soprattutto, è molto apprezzabile la scelta di lasciare agli attori i loro accenti naturali, un altro tassello che va ad aggiungersi dalla parte della ricercata naturalezza.
Alla fine dei conti, tuttavia, la carenza della scrittura di Maschile singolare risulta troppo grave e i pregi del realismo non sufficienti a coprire gli errori di un film che, sebbene ci provi, non riesce a comunicare il suo messaggio di rinascita e positività in modo convincente.
Vi ricordiamo che BadTaste è anche su Twitch!