Meet Cute, la recensione
La struttura che si intravede dietro Meet Cute è quella di Ricomincio da capo ma sa interpretarla in una maniera tutta sua molto giusta
La recensione di Meet Cute, disponibile su Prime video
Rivivere continuamente la stessa giornata tramite continui viaggi nel tempo non per aggiustarla né per adattarsi al meglio alle situazioni e giungere ad un obiettivo, ma per cullarsi in un piacere malinconico. La protagonista rivive il primo appuntamento con il ragazzo con il quale poi, nel futuro, non riesce a mantenere un rapporto. In quella prima serata perfetta c’è tutto, difetti inclusi e cerca di sanarli inutilmente, vuole cambiare lui, cambiare il mondo e rivivere continuamente quel primo appuntamento. Sembra una struttura noiosissima invece con un po’ di idee di scrittura non male e lei come narratrice molto poco affidabile, siamo condotti su tanti percorsi sbagliati (ma divertenti), non ci viene spiegato bene mai nulla artificiosamente fino a che non capiamo come stanno le cose.
Noga Pnueli scrive una sceneggiatura scemissima al punto giusto, in cui la macchina del tempo è un lettino abbronzante nel retro di un locale cinese per farsi le unghie (tan machine/time machine), e in cui le motivazioni di tutti sono le più egoiste. Cuoco e Pete Davidson sono perfetti insieme, fenotipicamente giusti e i luoghi metropolitani scelti i più giusti. Merito di Alex Lehman, che sembra non sbagliare nemmeno un dettaglio di questa regia, lavora durissimo di fotografia con John Matysiak (in un genere che di solito si appoggia molto più al montaggio) per deformare la vera città e creare un luogo immaginario, quasi onirico, in cui tutto ha la consistenza dei ricordi dorati e una lieve deformazione da desiderio.