Non cadrà più la neve, la recensione | Venezia 77
La visione di Non cadrà più la neve è come un lungo abbraccio e insieme un rito (religioso solo per chi lo vuole), un magnifico interludio. Raro e prezioso come “l’ultima neve che verrà”
È proprio con un gioco misterioso, enigmatico, fatto di attese e soprattutto di antinomie che i registi Malgorzata Szumowska e Michal Engler costruiscono il loro etereo e magnifico carillon, il loro tableaux umano, dove Zenia (Alec Utgoff) è il custode del segreto (della felicità, dell’autoconsapevolezza) e tutti quelli che con lui entrano in contatto, desiderosi di possedere la sua stessa conoscenza, sono i suoi fedeli adepti. Eppure Zenia è un semplice massaggiatore a domicilio, che ogni giorno si reca in un quartiere residenziale borghese, chiuso metaforicamente e insieme fisicamente (per accedervi bisogna superare una sbarra), per prestare i suoi preziosi servizi alle tristi persone che ci abitano.
Non cadrà più la neve è davvero potentissimo nel gioco metaforico, sempre alluso e mai diretto, ma è anche sublime nella costruzione proprio della scena, dello spazio tra i personaggi (vicini ma lontani, presenti ma assenti). Sapendo inoltre giocare con il registro comico, il film ha la furbizia di sapere spezzare il suo stesso gioco, permettendo di rilasciare la tensione per poi trovarci, concentrati, nei momenti di surreale serietà. E Alec Utgoff è un messia perfetto, dotato di una presenza ferma ma accogliente, dolce e insieme gentilmente severa.
La visione di Non cadrà più la neve è quindi come un lungo abbraccio e insieme un rito (religioso solo per chi lo vuole), un magnifico interludio. Raro e prezioso come “l’ultima neve che verrà”.