One More Time, la recensione
Ciò che è frustrante è il modo in cui la nostra consapevolezza di ciò che deve succedere supera l’intelligenza del personaggio, insieme alla svogliatezza del non cercare mai l’originalità pur essendo consapevole di essere ‘uno dei tanti loop’.
La recensione di One More Time, su Netflix dal 21 aprile
Diretto da Jonatan Etzler, One More Time già dal titolo parla chiaro: quello che chiede Amelia (Hedda Stiernstedt) è di avere ancora una possibilità. Arrivata al suo quarantesimo compleanno infelice e senza amici, Amelia ripensa al momento più bello della sua vita e desidera ritornare al giorno del suo diciottesimo compleanno, quando era circondata da persone che la adulavano, popolare a scuola, giovane, piena di possibilità. Il desiderio viene avverato in men che non si dica e con discreta fretta narrativa (ma dato il tono leggero ci si passa sopra volentieri) da quel momento la ‘sfida’ di One More Time è quella di giocarsi bene le carte dell’originalità.
Ben consapevole dei precedenti ‘storici’, come dimostra il citazionismo, One More Time è invece banalmente classico nella struttura e nelle idee rispetto al filone di riferimento. Come accade quasi sempre nei film di questo tipo, il loop temporale in cui cade il personaggio può essere evaso ad una sola condizione: che chi lo vive debba cambiare qualcosa della sua vita, diventare una persona migliore, realizzare una qualche verità personale. Tale verità in One More Time è però così palese fin da subito che il meccanismo diventa presto frustrante, banale.
Il ritmo del film è comunque buono: banalità qui non corrisponde a noia, solo la prevedibilità di ogni cosa che vediamo succedere e. Ciò che risulta più frustrante, invece, è il modo in cui la nostra consapevolezza di ciò che deve succedere supera l’intelligenza del personaggio (il classico “ma come fa a non capirlo!”) insieme alla svogliatezza del film del non cercare mai l’originalità pur essendo consapevole di essere ‘uno dei tanti loop’.
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