Salary Man Escape, quando tornare a casa dall’ufficio è un enigma da risolvere in VR – Recensione
Un puzzle game pazzo e a tratti geniale: la recensione di Salary Man Escape
Lorenzo Kobe Fazio gioca dai tempi del Master System. Scrive per importanti testate del settore da oltre una decina d'anni ed è co-autore del saggio "Teatro e Videogiochi. Dall'avatara agli avatar".
La proposta di Red Acent Studios, va messo nero su bianco sin da subito, non raggiunge la stessa raffinatezza del collega citato poco sopra, ma ci si avvicina tremendamente, affidandosi ad uno stile particolarissimo, indagando con ironia e tragicomicità un tema tutt’altro che allegro.
Raccogliendo monete e caffè potrete affrontare livelli facoltativi.[/caption]Come suggerisce il titolo stesso, il gioco è ambientato all’interno di giganteschi palazzi pieni di uffici, in cui lavorano, curvi sulle loro schiene, plotoni di impiegati che conducono vite grigie, la cui unica gioia è rappresentata dal momento in cui possono finalmente imboccare l’uscita e godere di qualche ora di libertà, prima di tornare, nuovamente, a svolgere ripetitivamente i compiti assegnatigli."Sembra di leggere la sceneggiatura di un film di Fantozzi, il paragone è in parte azzeccato, ma stilisticamente vale la pena accostare Salary Man Escape a Catherine"
Sembra di leggere la sceneggiatura di un film di Fantozzi, il paragone è in parte azzeccato, ma stilisticamente vale la pena accostare Salary Man Escape a Catherine, il bellissimo titolo di Atlus pubblicato una generazione di console addietro. Non avrete a che fare con ambientazioni sature di colori, ma le musiche pop e funk, unitamente al gameplay che caratterizza ogni livello, ricorda da vicino le atmosfere respirate vestendo i panni del povero (?) Vincent Brooks.
Il compito da svolgere è semplicissimo: creare un percorso sicuro e libero da ostacoli per l’avatar che deve assolutamente raggiungere l’uscita, entro lo scadere del tempo. La siluette con valigetta alla mano si muove automaticamente, mentre al videogiocatore spetta il compito di interagire con alcuni degli elementi che compongono il livello, segnalati dal colore rosso che svetta su tutto il resto dipinto di bianco, di nero, di grigio. Utilizzando il Move o il Dualshock 4 dovrete letteralmente puntare ai vari oggetti al fine di creare ponti, strade, strutture che permettano al nostro di guadagnare l’agognata libertà.
Il gameplay, attraverso i settanta livelli che compongono la campagna, evolve con una discreta progressione. Manca il colpo di genio, il puzzle che lascia a bocca aperta, ma ognuno a modo suo si presenta sufficientemente intricato da impegnare anche l’esperto del genere. Tra strutture da bilanciare, nemici da eludere, monete da raccogliere per sbloccare livelli bonus ed enigmi che coinvolgono più avatar, la struttura ludica viene riletta e reinventata di continuo, allontanando lo spettro della noia e della ripetitività.
Interessantissimo l’art design. Laddove la colonna sonora infonde gioia, allegria e adrenalina, grazie a temi funk e pop piuttosto ispirati e ben arrangiati, graficamente regna il minimalismo, gli elementi monocromi che ben rappresentano e simboleggiano la ripetitività dei protagonisti tirati in ballo.
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I personaggi con i caschi in stile Daft Punk sono guardiani che dovrete evitare per raggiungere l’uscita.[/caption]
Al di là di questa piccola critica, siamo di fronte ad una produzione solida, ben sviluppata, impreziosita da una direzione artistica azzeccata e da un level design vario ed intrigante al punto giusto. Consigliato agli amanti del genere, nonostante non ci troviamo di fronte ad un titolo che farà storia.