Sons of Anarchy (settima stagione): la recensione
Diamo l'addio a SAMCRO con l'epilogo di Sons of Anarchy: scopriamo come si chiude la serie di Kurt Sutter
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E infine, a sette anni dal debutto su FX, l'ultimo giorno dei Sons of Anarchy è arrivato. La tragedia narrata da Kurt Sutter, che negli anni è riuscito a prendere le vicende di una banda di motociclisti delinquenti per trarne materiale da epica moderna, raggiunge la sua ultima destinazione. Ed è una fine per certi versi attesa, ma anche intensa ed emozionante, che non cancella le imperfezioni che hanno caratterizzato, soprattutto negli ultimi anni, una serie splendida, ma che ci lascia soddisfatti, magari ansiosi di ricominciare al più presto questo viaggio in sette atti. Tra simbolismi e rimandi più o meno velati alla mitologia interna alla serie, l'erede di The Shield chiude il cerchio come ha sempre fatto: senza compromessi e in sella ad una moto.
Sons of Anarchy quindi come Breaking Bad, nel senso che la vetta del climax non coincide con l'ultimo episodio, ma in quello che l'ha preceduto. Nella serie di Gilligan si trovava in Ozymandias, cui seguiva un doppio epilogo. Qui invece la grande e attesa tragedia avveniva in Red Rose, con la scoperta della verità sull'omicidio di Tara e l'inevitabile punizione di Gemma. Il resto è l'epilogo necessario, la passerella finale che tira le fila del discorso rimaste ancora in gioco, consegna tutto ad un nuovo inizio – si spera più pacifico per i Sons – e fa uscire di scena, a modo suo, il protagonista della storia. Tutto racchiuso in un episodio tra i più lunghi della serie, che non sfrutta la durata per raccontare più avvenimenti, ma che contrae la vera narrazione in una lunga parte centrale lasciando alle due ali, prologo ed epilogo, uno spazio di manovra mai visto prima.
Lunghissimo è l'inizio dell'episodio, sulle note di Adam Raised a Cain di Springsteen, e altrettanto esteso è il malinconico epilogo con il sottofondo di Come Join the Murder. Sutter come i suoi personaggi: estremo, ostinato, senza mezze misure. Complessivamente più di un quarto d'ora di episodio, sommando la sequenza iniziale e finale, lasciato alla musica, alle panoramiche generali che ormai erano diventate il marchio di fabbrica della serie. E ovviamente sparatorie, un ultimo inseguimento – quasi in memoria dei vecchi tempi – e rancori, su tutti la parte con l'IRA, risolti nel sangue (riappare la figura della vagabonda/morte). Jax si congeda dal suo gruppo accogliendo il primo afroamericano, lasciando il comando al più equilibrato Chibs e a Tig (gli unici due membri originali del charter rimasti), addossandosi le colpe per i peccati commessi e sentendosi più vicino a suo padre di quanto non fosse mai stato.
Si apre con un "I've got this" (traduzione di J'ai Obtenu Cette, titolo dell'ultimo episodio della quinta stagione) l'ultima lunga sequenza dell'episodio. E qui davvero Sutter si lascia andare tra nostalgia, simboli e un campionario molto estremo di ciò che Sons of Anarchy è sempre stato, anche in quest'ultima stagione (ahinoi forse la minore del lotto). C'è un effetto conclusivo in CG povera, un'esecuzione troppo estesa che si innamora di se stessa, un inseguimento che somiglia più ad un corteo funebre (forse è questa l'idea). Ma c'è anche il sangue e l'asfalto, la colpa e lo schianto conclusivo, che non possono lasciare indifferenti. "It's been one hell of a ride".