The Bikeriders, la recensione
The Bikeriders racconta il mito e la morte di un'epoca. Si affida ai suoi attori e ad un'azzeccata ironia che non riesce a mantenere
La recensione di The Bikeriders, il film di Jeff Nichols al cinema dal 19 giugno.
The Bikeriders per il resto ruota intorno al fascino per le moto e al loro valore simbolico, ma non riesce quasi mai a renderle seducenti. Solo in una sequenza il mezzo diventa quello che dovrebbe essere in un film di questo tipo: un cavallo meccanico, un’estensione del corpo e della personalità di chi lo pilota. Quando i fari emergono nella notte sulle strade deserte la giovane ragazza-narratrice, entrata per caso nel gruppo e decisamente intimorita, dirà di avere visto realmente quegli uomini solo in quel momento. Solo in strada si può conoscere un biker. È un istante perfetto di sinergia tra la leggenda e lo sguardo dell’epoca.
Nichols è però più interessato a una ribellione fatta da persone alla ricerca di un sogno più soddisfacente di quello americano. Gente oscena, per i perbenisti, indesiderata ovunque, pure in Vietnam. Sono una comunità così forte da sembrare una piccola nazione in movimento, con le proprie regole e la propria cultura. Il film ha una prima parte (la migliore) dove l’immaginario è quello che conta. Una seconda dove il più serioso mondo esterno fa marcire l’ideale di strada e libertà.
Il film da lì in poi percorre lo stesso arco conformista dei suoi personaggi. Man mano che si avvicina alla fine di un’epoca d'oro con il ritorno alla vita ordinaria, anche The Bikeriders finisce la benzina e diventa generico. I dialoghi perdono smalto, iniziano ad emergere importanti cliché: dalla donna-prigione che prova a salvare un uomo, nato per morire “cavalcando” la sua moto, alle lunghe confessioni che sanno di addio, come se chi le pronuncia conoscesse il suo destino.
Resta l’impressione che il potenziale fosse molto maggiore, soprattutto in termini di ore di racconto. Un’opera che avrebbe avuto più respiro in una struttura seriale, con storie veramente incrociate, che per un film di sole due ore. I comprimari sono sacrificati dietro ai due protagonisti. Il gruppo dei Vandals è fatto da rapporti di forza ben equilibrati. Lo stesso fondatore è preoccupatissimo di mantenerli tali. Solo che quando i pesi si spostano, non è ben chiaro cosa potrebbero causare fino a che non viene detto esplicitamente a parole.