The Bridge (prima stagione): la recensione
Promossa la prima stagione della serie, che dopo un inizio lento e confusionario ha conciliato bene thriller e drama
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La natura di poliziesco non viene mai sottaciuta per far spazio alle complicate tematiche della serie, ma a queste si accompagna sistematicamente attraverso gli occhi dei due detective Sonya Cross (Diane Kruger, bravissima nel tratteggiare un personaggio affetto da Asperger) e Marco Ruiz (Demián Bichir, anche lui ottimo nel portare avanti un personaggio che da subito si mostra ricco di spunti e sfaccettature). Dopo alcune puntate spiazzanti e dal ritmo lento nelle quali attendiamo un collegamento che non giunge mai, la vicenda entra nel vivo, la narrazione accelera e prende svolte inaspettate (anche coraggiose nel caso di alcune soluzioni), gli spunti crescono e la serie conquista a pieno la propria promozione.
In tredici puntate il tono della serie si è mosso sul difficile sentiero del thriller poliziesco (dunque non sono mancate scene macabre) unito al tentativo di denuncia sociale, due strade che si sono dimostrate conciliabili, che forse non hanno mai raggiunto punte eccellenti, ma tra le quali il tentativo di sintesi può dirsi riuscito. Al giudizio positivo contribuisce, come detto, soprattutto la seconda parte della stagione, in particolare il finale, o meglio i finali. Nelle sue prime undici puntate The Bridge scala una montagna, e ne raggiunge la vetta in Take the Ride, Pay the Toll, in cui uno degli snodi fondamentali arriva alla fine. Inevitabilmente le ultime due puntate presentano quindi un tono leggermente diverso, non necessariamente più rilassato, ma che sposta la propria tensione verso altri temi e motivazioni.
Il prodotto di FX difetta in un inizio di stagione lento e confusionario nel non dare punti di riferimento, in alcune soluzioni estreme che stonano con la natura "impegnata" della serie e in alcune scorciatoie narrative (alcuni personaggi che provvidenzialmente si avvicineranno ad altri). Promosso comunque per l'ottima alchimia ricreata tra personaggi e interpreti principali (funziona anche il sottile e cattivo umorismo legato agli strafalcioni di Sonya), per le atmosfere, per il coraggio di un remake che non è la fotocopia dell'originale (se non altro per le tematiche trattate), per la capacità di conciliare thriller e drama.
