The Humans, la recensione
Seguendo quasi in tempo reale il dispiegarsi a fuoco basso di una semplice rivelazione, The Humans veicola con quel medesimo ardore sopito una condizione umana universale.
La recensione di The Humans, su MUBI dal 12 agosto
Adattato da una play di Karam stesso, qui anche sceneggiatore, The Humans con una grammatica cinematografica essenziale alterna l’immobilismo dei volti degli attori ad un’esplorazione onniscente, vagando per i muri e le pareti di una casa di Chinatown dove i fantasmi evocati dai protagonisti si scoprono come folgorazioni nei loro riflessi, nelle luci delle torce che illuminano scantinati e soffitte. L’effetto è magnetico, doloroso, tacitamente devastante.
Tutto inizia con l’arrivo dei coniugi Blake, Erik e Deirde (Richard Jenkins e Jayne Houdyshell) nella nuova casa della figlia Brigid (Beanie Feldstein) e il compagno Richard (Steven Yeun), un luogo in teoria grande e spazioso ma sinistramente vuoto e scricchiolante, dove si recano insieme all’altra figlia Aimee (Amy Schumer) e alla nonna affetta di alzheimer per passare insieme il Ringraziamento.
Costruito con una mini-trama dove i punti di rottura sono minuzie che sfuggono ad occhio nudo, The Humans crea in realtà una struttura solidamente coerente, perfettamente tematizzata. Karam osserva i personaggi farsi del male da soli con l’impressione di stargli freddamente lontano, salvo poi avvicinarvisi per concedergli qualche momento di forte intimità dove ancora un gesto banale, come un pianto o una preghiera, rivelano senza dire tutto ciò che il film ci vuole far capire.
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