The Midnight Gospel (prima stagione): la recensione
Nulla può preparare i fan di Adventure Time all'impatto con The Midnight Gospel, nuova serie di Pendleton Ward
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Più che una recensione, è molto più utile scrivere una guida alla visione di The Midnight Gospel, per accompagnare lo spettatore all'esperienza. La nuova serie animata di Netflix creata da Pendleton Ward non è semplice, non è immediata, non è nemmeno troppo godibile. E senza dubbio non è il nuovo Adventure Time. Chi ha familiarità con la precedente serie dell'autore, una delle vette assolute dell'animazione seriale dello scorso decennio, poteva aspettarsi un prodotto fuori dagli schemi. Ma nulla poteva preparare all'impatto con uno show così psichedelico, verboso, profondo, respingente.
Sono discussioni impregnate di una sentita profondità, veri confronti filosofici che elaborano il senso dell'esistenza in tutte le sue sfaccettature. Si parla della percezione di sé, della ricerca della felicità, della depressione, del confronto con la morte. L'elaborazione dei concetti non arriva attraverso l'esecuzione di una trama che, poggiando su un contenuto palese e narrato, filtra un tema importante. No, invece arriva proprio attraverso le parole e il dibattito-intervista. Il contenuto del podcast di Clancy che noi vediamo realizzarsi "in tempo reale" è l'origine e il fine di tutto, e il resto è accessorio. Una volta scoperti i retroscena della serie – che non possono assolutamente essere ignorati – il progetto diventa più chiaro.
Ogni puntata ospita infatti come doppiatore un vero esperto di meditazione, o un filosofo, o un medico, che non fa nient'altro che argomentare insieme al protagonista su un certo tema. Pendleton Ward è co-creatore della serie insieme a Duncan Trussell, con quest'ultimo che doppia Clancy. Ora, Duncan Trussell da anni porta avanti un vero podcast nel quale fa esattamente questo: interviste-dibattito con pensatori su certi temi esistenziali. Tenuto bene in mente questo, c'è una sovrapposizione continua tra la realtà del dibattito e la superficie dell'animazione. Duncan è Clancy, gli esperti che intervengono nel podcast sono gli alieni, e l'animazione è solo un veicolo. Tant'è che, in un certo episodio, avviene il cortocircuito totale, e uno degli esperti chiama il suo interlocutore Duncan, solo per correggersi un secondo dopo ridendo. Non a caso i dibattiti contengono anche termini come "millennial" che non avrebbero senso in un contesto alieno.
Ed è anche difficile esprimere un giudizio compiuto sul progetto. Nei momenti peggiori, è una psichedelia fine a se stessa, astrusa più che astratta. Nei momenti migliori, riesce a narrare il meglio di sé, superando la barriera dei concetti e colpendo con grande sincerità. Sicuramente, va citato l'ultimo episodio. Qui Clancy/Duncan intervista sua madre, proponendo registrazioni delle sue conversazioni con lei, scomparsa da tempo. Una narrazione sofferta e sentita, che elabora il concetto della perdita nel ciclo continuo di morte e rinascita, sostenuto – stavolta sì – da un profondissimo e struggente dialogo con l'animazione.