TV

The Punisher: One Last Kill, la recensione. Iperviolenza e fantasmi senza un vero perché

The Punisher: One Last Kill è tutto quello che ci si aspetta e niente di più. Azione, iperviolenza, sangue e grugniti non lo salvano dall'essere una cocente delusione

Condividi

The Punisher è da sempre il più infantile tra i personaggi “adulti” della Marvel. Si capisce affiancandolo agli altri. Laddove Luke Cage porta nelle sue trame uno sguardo sulla marginalizzazione della comunità nera e un desiderio di resistenza; Daredevil costruisce una tensione morale tra giustizia pubblica, dell’avvocato, e privata, del vigilante; Frank Castle rifiuta invece la complessità per abbracciare spinte emotive nettissime e per nulla complesse: desiderio di vendetta insieme a una voglia di giustizia a livello cosmico (persino oltre l’occhio per occhio, dente per dente). Nelle sue vicende c’è una semplicità e un’ingenuità di fondo che diventano, per lo meno nell’audiovisivo, un tratto caratteristico.

Dritte, senza troppi fronzoli e senza troppo rimurginare, tutte le sue trasposizioni cinematografiche hanno abbracciato l’iperviolenza come principale punto di interesse. Più adatto a essere un comprimario, nei fumetti, ha subito anche lì una bella dose di fraintendimenti, tanto da rendere problematico il teschio che dipinge la sua uniforme in kevlar. Si trova ora in un periodo di transizione, pronto a ricollocarsi tra piccolo e grande schermo.

The Punisher riparte con rabbia

The Punisher: One Last Kill è tutto quello che ci si aspettava dallo speciale televisivo dei Marvel Studios. Poco più di 40 minuti suddivisi in un 30% di introspezione e un 70% di furia cieca. Il che sarebbe in ottimo equilibrio se non fosse che la trama non solo è ridotta all’osso (non si poteva pretendere molto visto il formato), ma, ben più grave, fatica a creare il senso di urgenza o di pericolo necessari per prendere sul serio le esagerazioni viste sullo schermo.

Fosse un albo, questo The Punisher: One Last Kill sarebbe uno di quelli da Free Comic-Book Day, esposto sui banconi delle fumetterie, a disposizione dei lettori, da prendere gratuitamene o regalare per invogliare alla lettura della serie regolare di futura pubblicazione.

Le basi, almeno, sono solide

Reinaldo Marcus Green cura la regia su una sceneggiatura co-scritta insieme a Bernthal. In One Last Kill vediamo Frank alle prese con i fantasmi del passato che sembrano più demoni interiori, visioni che lo spingono nella lotta in uno stato semi allucinato. C’è una minaccia che ritorna - anche per sistemare un po’ di continuity - mentre la violenza imperversa nelle strade. Non serve altro. Nella migliore sequenza, Frank cammina con sguardo quasi assente, rifugiato nel proprio dolore, mentre sullo sfondo accade di tutto.

Quando, finalmente, la violenza esplode lo fa in maniera netta, senza timore o compromessi. Anzi, paradossalmente, l’unica cosa che la regia non ha cuore di far vedere è un cagnolino ucciso senza essere inquadrato, per il resto la carneficina di uomini è degnamente coreografata e ripresa in ogni dettaglio. Un’estetizzazione della violenza esplicita e truculenta come mai si era vista in casa Marvel, superando a destra quella di Daredevil. Eppure tutto sa di già visto.

C’era proprio bisogno?

Sotto lo spettacolo, niente. Viene da chiedersi come mai Bernthal abbia sposato con tale entusiasmo il progetto di The Punisher: One Last Kill. Quale sia stata la visione che ha fatto credere a lui e allo studio che questa storia si meritasse uno speciale. Non sarebbe stata male, diluita come riempitivo, in Daredevil. Ma anche se fosse rimasta nel cassetto delle idee non prodotte sarebbe cambiato poco.

Se il trascurabile Licantropus era almeno un divertissement che rinfrescava un po’ la gamma dei generi coperti fino a quel momento dai Marvel Studios, Guardiani della Galassia Holiday Special sfruttava costumi e attori del terzo film in produzione in quel momento, per calcare la tradizione degli speciali natalizi. Una gradita sorpresa.

The Punisher: One Last Kill invece non ha nulla di diverso da quello che si potrebbe trovare nella serie del Punitore. Non ha un’idea che vada oltre il divertimento delle risse e quando prova a metterne in campo qualcuna, risulta parecchio deludente.

Per condensare dramma e catarsi in meno di un’ora Reinaldo Marcus Green costringe gli attori a un terribile overacting, condito con slowmotion sulle grida feroci che, invece di incutere timore, suscitano una risata, quando va bene, e un genuino imbarazzo nelle sequenze meno riuscite.

The Punisher e il potenziale sprecato

Arrivati in fondo ci si rende conto che i Marvel Studios avevano due strade di fronte a questo progetto. Una era quella di dare al pubblico un episodio fatto di puro spettacolo per rimettere in carreggiata il personaggio in attesa della sua comparsa in Spider-Man: Brand New Day. L’altra era quella di sfruttare al massimo i vantaggi di una storia contenuta per provare a fare uno studio di personaggio, a delineare la sua evoluzione e a rendere complessa la sua figura nel più grande universo supereroistico, magari sperimentando nuove atmosfere e stili.

Niente da fare. Si è scoperto che Frank Castle è uno che sa incassare i colpi, ma non è in grado di evolversi. È fermo sulle stesse note, rinchiuso nelle sue origini. Perciò One Last Kill ha preso quasi esclusivamente la prima strada, fallendo malamente ogni volta che ha tentato di battere la seconda via, quella dell'innovazione. Così questi quaranta minuti in compagnia del Punitore sono tutto quello che ci si sarebbe aspettato, nulla di più, un po’ di meno. E per questo sono una delusione cocente.

Continua a leggere su BadTaste