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Una storia, la recensione: Anna Foglietta cerca un film che possa dare tanto con poco

L'esordio alla regia di Anna Foglietta è un film che mette a dura prova lo spettatore, una sfida di regia difficile (e in parte fallita) che trova però un momento di grande cinema sul finale.

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Serve il titolo internazionale, A Common Story, per cogliere le intenzioni dietro a questo esordio alla regia di Ana Foglietta. Non si vuole raccontare Una storia, come da titolo italiano, ma un vuoto che può colpire chiunque. È quello che accade a Erika e Mauro quando la figlia Irene parte per studiare all’estero. La coppia, apparentemente rodata da anni di vita insieme, si ritrova con il nido vuoto. Dopo anni di impegno rivolto alla crescita di un’altra persona ora il centro ritorna ad essere la coppia.

Con l’assenza si fanno spazio inquietudini personali: un rapporto difficile di Mauro con il padre, una forma depressiva di Erika che si manifesta con una diffusa apatia. Come spesso capita con i film diretti da chi ha passato tanto tempo davanti alla macchina da presa, anche Una storia si affida molto ai suoi attori, in questo caso Alba Rohrwacher e Guido Caprino. La sceneggiatura è volutamente ridotta all’osso a livello di intreccio per spingere invece sulla recitazione. Un approccio minimale, che è faticosissimo da gestire in regia. All’interno delle sequenze infatti ciò si vuole che lo spettatore provi è la stessa sensazione di vuoto, di mancanza e incomunicabilità dei personaggi. Questo viene raggiunto in pieno, portando con sé un altro problema: come rendere al contempo appassionanti queste vite svuotate?

Basta lavorare con poco per dare tanto?

Una storia non è un film facile da affrontare e questa difficoltà rientra nella sua poetica. Non ci sono personaggi straordinari. Erika e Mauro sono modellati per essere il più possibile riconoscibili come gente comune. Mancano quindi di elementi distintivi, di tratti caratteriali che li rendano intriganti. Questa scelta non riesce quasi mai ad essere vincente facendo piombare il film in una linearità che spesso può sembrare cliché (l’inevitabile trauma paterno, il confrontarsi con la propria percezione guardandosi allo specchio). È proprio la plausibilità di questa coppia, che anche nel massimo del dramma non fa quasi niente di particolarmente eclatante, a rendere difficile l’innesco del meccanismo empatico.

La bravura di Foglietta nel mostrare una situazione comune, nell’avvicinare (senza entrare nel documentario) la finzione alla realtà, non ha trovato la scrittura giusta per essere sfruttata. La scansione in stagioni raccoglie molto meno di quanto avrebbe potuto in termini di processi psicologici e la loro evoluzione nel tempo, salvo per una piccola variazione che diventa l’unico colpo di scena inaspettato. Il dramma, sempre chiuso nella dimensione famigliare, non si allarga quasi mai. Se a Mauro è dato modo di confrontare un minimo la sua situazione con il mondo fuori dalle mura domestiche, Erika è raccontata nelal sua depressione stringendo l’inquadratura su di lei. Non vediamo il volto dei clienti che incontra durante il lavoro da commessa, non sappiamo quasi mai cosa pensano del suo cambiamento le persone di contorno: colleghi e amici. Qui, nel fuori scena, sta una grande potenzialità inespressa a livello emotivo.

Un film impalpabile, ma un finale che resta

Come i due protagonisti, il film costringe ad aspettare che qualcosa accada nell’apatia. Il vuoto narrativo, legittimo, non è compensato infatti dalla quantità di idee che andrebbero messe in scena per dare una densità comunicativa alle scene. Non è affatto semplice farlo, neanche per i registi e le registe con più esperienza. Il sospetto però è che questa sospensione sia stata una scelta di regia. Arrivati sfiancati al finale (non emotivamente, ma proprio in attesa che qualcosa smuova il torpore) all’improvviso il film riesce a riempirsi di idee. Gli ultimi minuti offrono quel senso di cinema che è mancato per gran parte della durata. È qui che gli attori vengono sfruttati al meglio, nel momento in cui saltano i binari prevedibili del dramma intimista e si trovano in un confronto fresco sia per gestione degli spazi che per profondità dei dialoghi. Qui sì che il realismo psicologico ed emotivo trova un senso anche narrativo. C’è l’intuizione di un piccolo gesto per nulla romantico che, messo in scena in un punto ben preciso sul finale, sembra una splendida dichiarazione d’amore. Peccato che arrivi così tardi.

Una storia è così un esercizio narrativo molto ambizioso, anche se in parte non riuscito. Un piccolo film sul tempo che passa, sul ritmo e le stagioni della vita, sul vuoto che lascia l’assenza di una persona amata. Tutto questo si traduce in una prova di resistenza per lo spettatore che potrà però sentirsi in parte ripagato, a patto che abbia voglia di arrivare fino in fondo.

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