Young Rock (prima stagione): la recensione
Young Rock azzecca quello che non poteva sbagliare: è nostalgica, leggera e così esagerata da sembrare un match di wrestling.
Quando si tratta di recitazione, l'azione di “rubare la scena” può avere un valore positivo solo nel 50% delle volte. La restante parte è segno di un attore che non riesce a stare nei ranghi e che fa esplodere la propria personalità (e quindi anche l’ego) per apparire più di tutto il resto rovinandolo. In Young Rock non c’è alcun dubbio lessicale: i riflettori sono sequestrati per 30 minuti a puntata e sparati al massimo su Dwayne Johnson, in arte The Rock. Ed è questo il bello.
Young Rock è una grandissima apologia semiseria di The Rock rispetto al suo status di celebrità, senza che nessuno ne abbia mai sentito il bisogno. Un po' come i tormenti interiori di Zero Calcare, così anche lui sembra temere di non essere più genuino come un tempo, e usa la serie come auto terapia. Facilissimo sbagliare!
Invece gli episodi sono mediamente godibilissimi. Perché c'è tanta cura nella parte fondamentale per la sua riuscita: il gioco "meta" tra il Dwayne Johnson reale, che si interpreta in uno scenario irreale e che a sua volta viene impersonato da attori nelle scene di flashback.
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Lontano però dall'eroe Springsteeniano, Young Rock si concede di essere talvolta una lettera d’amore alla famiglia estesa del ragazzo, oggi uomo. Quella del Wrestling, costituita dalla generazione precedente del padre Rocky Johnson che l'ha cresciuto. Junkyard Dog, The Wild Samoans, The Iron Sheik, Andre the Giant sono figure caricaturali, ma anche sinceramente ammirate. Spicca in particolare il gigante buono, che ammonisce di non dire mai la parola con la “f” quando si parla di Wrestling: “falso”.
È ovvio che questo gioco ai buoni sentimenti e al culto posticcio di The Rock non può durare più di tanto, e infatti la serie fatica a rilanciare l’attenzione arrivando verso la fine della stagione. Man mano che procede sembra esaurire le idee, salvo qualche piccolo guizzo. Il risultato complessivo è però più che dignitoso, quasi sorprendente.

Forse perché Young Rock, pur essendo lieve come una piuma, è capace di riciclare bene le idee e gli stereotipi di tanta TV del passato. È tutto così finto da diventare autentico. La serie è costruita a tavolino sia nella finzione (le interviste che vediamo sono parte di una campagna elettorale) che nel prodotto che riceviamo noi spettatori. Se tutto è fatto con estrema consapevolezza, allora ciò che dice in faccia a chi guarda è proprio quello che vuole comunicare. Non ci sono sotto livelli, strati interpretativi. No, la serie è proprio come il suo protagonista: impossibile da fraintendere e diretta.
Il modo in cui costruisce le vicende e le risolve andando a scomodare il padre Rocky Johnson, rivelano sotto la superficie una sincera lettera d’amore per il passato da wrestler, le fatiche e le sconfitte lavorative del genitore. Lo stile ingombrante non soffoca gli occhi ammiranti di un giovane. Lui guarda un mondo fatto di copi enormi che, insieme, sono più che una famiglia, diventano come mura protettive e indistruttibili. È questo che rimane veramente di Young Rock, quel sottofondo di tenerezza sotto un’operazione autocitazionista da cui miracolosamente è uscito indenne.