Articolo in collaborazione con Juan Pablo Reyes

Per i fan della Pixar – e della buona animazione – il 2015 è un anno da ricordare: sono infatti due i film d’animazione dello studio previsti per quest’anno. Dopo Inside Out, acclamato in tutto il mondo e campione al box-office italiano (nessun film ha incassato tanto negli ultimi due anni), è il turno di Il Viaggio di Arlo, in arrivo in Italia oggi e domani negli USA, in occasione del Ringraziamento.

Film dalla produzione non semplice, la cui uscita è stata più volte rinviata (era attesa per il 2013), è stato intitolato in originale The Good Dinosaur, essendo la storia ambientata in un mondo in cui i dinosauri non si sono estinti, e anzi hanno avuto uno scatto evolutivo più rapido rispetto agli umani.

BadTaste.it ha avuto l’opportunità, a settembre, di visitare i Pixar Animation Studios nella sede di Emeryville (California) e di incontrare i realizzatori del film e del cortometraggio Sanjay’s Super Team. Tutti quanti, dai produttori, agli scenografi, i supervisori e gli story artist, hanno messo insieme delle piccole presentazioni mostrandoci clip, immagini, concept art e foto di riferimento, spiegandoci l’aspetto del film che hanno curato. Piccoli keynote che ci hanno dimostrato quanto alla Pixar sia importante la comunicazione tra i vari reparti, e quanto sia importante che ciascuno sia in grado di presentare agli altri le proprie idee, il proprio lavoro, la propria professionalità.

La genesi di Sanjay’s Super Team

La giornata è iniziata presto: arrivati nello splendido campus della Pixar, del quale vi parleremo più nel dettaglio prossimamente, ci è stato mostrato il cortometraggio, che è basato su una storia vera: l’infanzia del regista americano di origine indiana Sanjay Patel, cfhe ci ha presentato il suo lavoro assieme alla produttrice Nicole Paradis.

sanjay patel

Una illustrazione di Sanjay Patel tratta da uno dei suoi libri

Patel ci ha spiegato che essendo cresciuto a Los Angeles, da piccolo “adorava” letteralmente i personaggi dei cartoni animati, mentre suo padre meditava e pregava le divinità indù: proprio come i protagonisti del corto. Una volta diventato adulto, dopo aver studiato l’arte americana ha iniziato a esplorare l’arte asiatica, ampliando la sua cultura e scoprendo molti miti legati alle sue stesse origini. Parallelamente al suo lavoro alla Pixar, durante la lavorazione di Gli Incredibili, Sanjay ha iniziato a creare numerosi libri illustrati ispirati alla cultura indiana (come questo), e più approfondiva l’arte indiana più capiva suo padre e il suo credo. Queste riflessioni sono venute a compimento nel cortometraggio, che non a caso ha un respiro molto “personale”. La storia è quella del piccolo Sanjay, che invece di pregare con suo padre preferisce fantasticare sugli eroi dei cartoni animati. Trasformando la preghiera in una vera e propria avventura, riuscirà a comprendere meglio le motivazioni del padre. “Ogni mattina,” ci ha spiegato Patel, “c’era questa sorta di conflitto tra me e mio padre: io volevo vedere i cartoni e lui doveva pregare. C’era una sola stanza comune, il salotto, nel quale c’era l’altare e la televisione. Quando anni dopo la Pixar mi ha proposto di realizzare un cortometraggio, anche grazie al successo dei miei libri illustrati, e non ho potuto non rendere omaggio a quell’uomo e a quel bambino.” Tuttavia il corto inizialmente non era impostato come lo vediamo noi sul grande schermo: era incentrato su un bambino che leggeva dei fumetti di supereroi davanti a un tempio. Per comprare il numero successivo del fumetto, entra nel tempio e ruba del denaro, ma l’idolo più importante interviene e lo trasforma in una creatura mitologica che si deve scontrare, inerme, contro un demone. Risvegliatosi da questo folle sogno, il bambino si rende conto che l’avventura è narrata sulle pareti del tempio attraverso dei bassorilievi. Restituirà i soldi e donerà quelli che aveva da parte, completando il fumetto con i disegni che ha visto sui muri e unendo quindi oriente e occidente.
 
SANJAY'S SUPER TEAM
 
John Lasseter ha incoraggiato moltissimo Patel, e lo ha aiutato a costruire la storia: aveva apprezzato sia la sua idea iniziale, sia il racconto di lui e suo padre nel salotto. Così lo ha aiutato a integrare le due storie, e il risultato è quello che vediamo sullo schermo. È a quel punto che è stata coinvolta la produttrice Nicole Paradis: “La prima cosa che abbiamo fatto è stata chiamare Chris Sasaki, che aveva lavorato alle animazioni e al design dei personaggi di molti film Pixar, e che qui si sarebbe misurato con le scenografie e la supervisione dell’aspetto visivo generale. Il che non era semplice, perché si trattava di un cortometraggio ispirato a una mole enorme di cultura, quella indiana. Per fare questo, Sanjay ha istruito Chris il più possibile portandolo al museo e mostrandogli molti libri in modo da contaminarlo in maniera creativa. Parallelamente, avremmo progettato la classica serie a cartoni animati da sabato mattina. Sarebbe stato un vero scontro tra culture!” Molte le ispirazioni degli animatori per i movimenti delle divinità, che dovevano essere il più fluide e delicate possibile, tra cui il celebre film Samsara, ma anche le danze legate alle arti marziali e gli anime giapponesi. In particolare questi ultimi hanno spinto gli animatori in direzioni molto diverse da quelle che solitamente intraprendono alla Pixar, come ci ha spiegato Patel: “alcune inquadrature prevedevano una forte distorsione dell’immagine, come se utilizzassimo obiettivi grandangolari, una cosa che alla Pixar solitamente evitiamo visto che puntiamo al realismo. Ma volevamo fare qualcosa di epico, qualcosa di diverso da quello che facciamo solitamente”.