Regola numero uno: non si spara sulla croce rossa. Quindi se ha un senso scegliere per gioco il meglio e il peggio di un anno in termini di scene, preferisco sparare in alto verso grandi registi che mi hanno fatto incavolare e verso film blasonati piuttosto che prendermela con produzioni e cineasti di basso profilo incapaci di produrre in me reazioni emotive ed intellettuali così forti come quando un grande regista mi fa arrabbiare.

Per cui chiamiamole provocazioni o idiosincrasie, ma i peggiori e migliori momenti del 2014 vengono estratti da film altamente significativi o in termini di incasso o in termini di premi o hype da festival.

Per quanto riguarda il meglio… è comprensibile il perché di questa scelta.

Per quanto riguarda il peggio… ho cercato di spiegare prima come mai ho deciso di fare così.

Non c’è una classifica interna alla Top Five e Worst Five. Mi riferisco solo ed esclusivamente a quei film usciti nelle sale di prima visione italiane dal 1 gennaio al 31 dicembre 2014.

 

IL PEGGIO

5. Il Jar Jar Binks de Lo Hobbit – La battaglia delle Cinque Armate
Anche solo il pensare ad Alfrid mi provoca la voglia di strozzare Peter Jackson. E dire che è un regista che amo e ammiro moltissimo. Ogni singolo secondo di presenza scenica di questo orribile personaggio è deleterio al concetto di cinema soprattutto perché a) è un viscido, cattivo e vigliacco che esterna in continuazione queste tre gradevoli qualità alla collettività (della serie: Vermilinguo era più sottile e complesso) e b) nessuno della suddetta collettività prende mai una decisione severa in merito alle cattive maniere e lampante spregevolezza dell’ex vice governatore di Pontelagolungo. In poche parole: la passa sempre liscia. Il massimo è quando Bard gli affida Bilbo in un momento importantissimo del film e Alfrid, a due metri dalla persona che gli ha assegnato quel compito, comincia a dire le solite cattiverie e malignità. A voce alta! Ma il peggio del peggio del peggio è la sua uscita di scena da vincente: vestito da donna avrà il coraggio di lanciare un’ultima occhiata presuntuosa a tutto e tutti lasciando il campo di battaglia senza che nessuno gli torca un capello. Peter Jackson… perché? Jar Jar Binks almeno era un buontempone. Alfrid nemmeno quello.

4. Quanto è bello leccare i piedi a Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street
L’agente Fbi Patrick Denham è molto triste e depresso mentre viaggia in metropolitana verso casa circondato da piccolo borghesi non ricchi ed esuberanti come il suo antagonista Jordan Belfort.
Questa scena ha scatenato il Rivette che è in me (celebre l’affondo del giovane francese, quando era un critico, nei confronti di un carrello utilizzato da Gillo Pontecorvo in Kapò) facendomi esclamare: “Tutto ciò è profondamente immorale”. Capisco che nel 2014 faccia un po’ ridere come atto d’accusa da parte di un critico ma la sequenza è veramente abominevole. Due motivi per me: 1) non capisco perché Denham, dopo aver sconfitto in aula di tribunale un uomo che l’aveva provocato e umiliato costantemente, abbia quel momento di depressione in metropolitana a poche ore dalla sentenza di tribunale che ha spedito Belfort in galera; 2) non tollero che un regista mi faccia vedere un poliziotto triste perché prende la metropolitana (che io prendo ogni giorno) a differenza di un criminale sempre allegro che sfreccia in Ferrari. Con quella scena Scorsese ha dimostrato quanto gli piaccia leccare i piedi a Jordan Belfort e quanto per lui, in fondo, Denham sia e rimanga uno sfigato. E quindi la prigione per Jordan è solo una partita di tennis e nel finale eccolo conquistare lo sguardo arrapato di un nuovo branco di lupi, fresco e lindo come una rosa (è vestito pure di bianco). Questo finale è agghiacciante ma tutto precipita da quella ignobile sequenza con Denham triste in metropolitana.

3. Ivan Locke è un totale idiota
Se la scelta estrema di un protagonista appare agli occhi dello spettatore del tutto ingiustificata se non addirittura frutto di una mente subnormale… allora è difficile che quello spettatore entri in connessione con un film che a quella scelta estrema affida tutto il senso del racconto. A me è capitato così con tutto Locke di Stephen Knight. Ma nello specifico mi hanno indignato: 1) tutti i momenti in cui Ivan Locke sembra parlare con qualcuno seduto dietro di lui in macchina (uno sporco trucco di Knight per farci credere che non sia solo nell’autoveicolo e quindi sfruttare al massimo la limitatezza del suo spazio d’azione); 2) il massimo si raggiunge nella scena finale quando Locke è pronto ad uscire dall’autostrada e si capisce che ha mandato a rotoli la sua vita solo e perché… è un totale idiota. La donna che secondo lui non avrebbe potuto partorire quella notte senza la sua presenza perché è un’ansiosa (lo ripete circa un milione di volte nel film)… ha invece, come sospettavamo fin dall’inizio, partorito tranquillamente grazie al supporto dei medici attorno a lei. Se partiva il giorno dopo era assolutamente la stessa cosa e magari non perdeva il lavoro e riusciva a spiegare bene la faccenda alla moglie. Che imbecille.

2. Giacomo Leopardi va in un bordello napoletano nel Giovane Favoloso
Tutta la rappresentazione della sessualità di Leopardi è IL problema principale del film di Martone che ammicca e sussurra allo spettatore senza avere mai le palle di esprimere una posizione chiara su quelli che pensa potessero essere i gusti sessuali del soggetto del suo film. Il climax si raggiunge quando Ranieri lo spedisce da solo (perché da solo? Perché non accompagnarlo?) in un bordello di Napoli che ha le caratteristiche di un girone infernale dove Giacomo riceve l’ultimo definitivo trauma (lo dovevi accompagnare Ranieri!) e dove l’ultima inquadratura cita il colpo di scena de La moglie del soldato. Uno pensa: dopo questa botta per Giacomo adesso il regista sviluppa meglio il discorso sulla sessualità nelle scene dopo. No. Fine. Dopo il bordello, quella dimensione non viene più affrontata.

1. “Gelsominaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!” da Le meraviglie
Si è vero. Invecchiando ho sviluppato una terribile idiosincrasia. Detesto nei film quando un personaggio chiama troppe volte per nome un altro personaggio senza che il regista mi convinca che ci sia una ragione particolare affinché questo accada. Le meraviglie di Alice Rohrwacher è il campione 2014 di questa disgraziata categoria grazie all’insopportabile padre hippie della protagonista Gelsomina, il quale ogni volta che entra in campo (o anche fuori campo) urla sempre: “Gelsominaaaaaaaaaaaa!”. Un collega seduto vicino a me in proiezione stampa si accorse di quanto mi contorcessi nella poltrona e ansimassi per il fastidio e dolore mentre l’odioso Wolfgang non la finiva di urlare: “Gelsominaaaaaaaaaaaa!”. Come nel caso di Alfrid… bastava una morte, anche non efferata (anche se a me avrebbe fatto molto piacere che gli esplodesse la testa), del personaggio per farmi tornare a casa felice. E invece no. Ma almeno questo non esce di scena vestito da donna e facendo lo smargiasso.


IL MEGLIO

5. L’urlo di Sydney in American Hustle
L’urlo di Amy Adams nel bagno molto affollato della discoteca in American Hustle. Forse vorrebbe portarsi a letto quell’ambizioso agente dell’Fbi (ma non vuole), forse non è più innamorata del suo uomo (ma non può lasciarlo), forse non pensa che quel doppio doppio gioco possa far uscire lei e il suo uomo dai guai (ma è obbligata a portarlo avanti). In un magistrale film di maschere, in quel momento abbiamo il privilegio di vedere la vera identità di Sydney Prosser. Ed è l’inquadratura per me più eccitante ed emozionante di tutto il 2014. Una bestia ferita determinata a non morire.

4. Mommy in the sky with Guardians of the Galaxy
Peter Quill, in arte Star-Lord, rivede l’immagine di sua madre morente di cancro tra le stelle della galassia mentre il rush finale con il perfido Ronan è alle porte. Dalla Terra alle stelle, da un interno di ospedale alle avventure intergalattiche. Questo è il senso del cinema fantastico che piace a me: collegare qualcosa di quotidiano con lo straordinario. Momento perfetto perché Peter si portava dentro una ferita che quella mamma in cielo magicamente guarisce. Non si può far resuscitare chi di caro ci ha abbandonato. Possiamo solo farlo rivivere in noi. E’ il secondo momento del film in cui ho pianto (e mi sto commuovendo anche ora che scrivo ripensando a quella scena) insieme a: “Noi siamo Groot”.

3. Ma chi è veramente mio padre? Nebraska
Bruce Dern accarezza impercettibilmente il pick-up che il figlio gli ha regalato verso la fine del film. Tutta la prova di Dern nei panni di questo padre rincoglionito è divisa tra aggressiva catatonia e momenti di apertura alla dolcezza e all’umanità che mi hanno profondamente emozionato. Ma conosciamo veramente i nostri genitori? Ma sappiamo veramente cosa si sono portati dietro per tutti questi anni mentre vanno incontro alla morte? Quella carezza impercettibile al pick up nuovo di zecca risuona dentro di me a mesi dalla visione di questo immenso capolavoro firmato Alexander Payne.

2. Come commedia stoner per adolescenti The Wolf of Wall Street funziona alla grande!
Jonah Hill strafatto comincia a mugugnare in slow motion “Steeeeeevemadddden” a Leonardo DiCaprio in un brain storming aziendale molto particolare. Se penso a quanto deve aver riso Scorsese al montaggio con Thelma Schoonmaker mentre preparavano questo gioiellino stoner al ralenti… faccio pace con il regista di Taxi driver. Vedere il corpaccione di Hill in slow motion avanzare con decisione come un meteorite verso DiCaprio a suon di: “Steeeeeeeevemadddden” mi fa crepare dalle risate. Forse è la scena che mi ha fatto più ridere nel 2014. Insieme a quest’altro magic moment in basso.

1.Estratti dai trailer dei sequel del franchise alla fine di 22 Jump Street
Mi piace chiudere con Phil Lord e Christopher Miller perché il 2014 è un po’ il loro anno e infatti uno dei loro due film è saldamente nella mia Top Ten. L’altro, 22 Jump Street, mi ha fatto cadere dalla poltrona della saletta di proiezione Warner grazie alla sequenza finale dei trailer dei possibili 43 episodi del franchise sempre più ridicoli e pirotecnici. Schmidt e Janko cuochi, medici, two amigos, in Russia, ballerini, vecchi, animati e in versione anche action figure. Si può prendere in giro il cinismo e pressappochismo dietro alle lunghe saghe ma sempre con un approccio divertito e tutto sommato affettuoso. E infatti 23 Jump Street è già in produzione. Però senza Lord & Miller alla regia. Geni.