Black Mirror 4x01 "U.S.S. Callister": la recensione
Jesse Plemons, Jimmi Simpson e Cristin Milioti sono i protagonisti dell'episodio spaziale di Black Mirror
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C'è tutto l'immaginario di Star Trek al centro di U.S.S. Callister, episodio "spaziale" della quarta stagione di Black Mirror. Il senso della parodia e della ricerca del riferimento sono immediati e percepibili fin dalla prima scena in cui ancora non sappiamo nulla del contesto della puntata. Formato rétro, stereotipi a valanga sulla serie classica, un tono molto sopra le righe e un certo sessismo che non guasta mai: è tutto parodistico e artificioso come solo le più ridicole fughe dalla realtà sanno essere, e in effetti è proprio di questo che l'episodio, diretto da Toby Haynes, verte nella sua interezza. Molto grottesco, soprattutto negli sviluppi conclusivi, ma anche centrato su dinamiche drammatiche, l'episodio ragiona su isolamento e frustrazione. In un contesto del genere, perfino le riflessioni sulla creazione dell'anima passano in secondo piano.
Il tema di U.S.S. Callister è la fuga dalla realtà. Black Mirror sintetizza una serie di situazioni emblematiche nella vita di ognuno e le getta in un calderone virtuale in cui la scrittura di Brooker può dare libero sfogo alla sua fantasia. Con esiti anche divertenti per certi versi. Con il suo tono parodistico, questo Space Fleet è più Galaxy Quest che Star Trek, per ovvi motivi tra l'altro, e molto di ciò che vediamo, dal tono ai dialoghi alle interpretazioni (in particolare quella della Milioti) ci ricordano di continuo che stiamo assistendo ad una farsa. Che tale deve essere, proprio perché deve rispecchiare le frustrazioni vissute nel quotidiano dal protagonista. A livello di motivazioni, non c'è nulla di diverso tra i giochi notturni di Robert e le conversazioni immaginarie sotto la doccia dalle quali si esce sempre vincitori.
È un episodio più stratificato di quel che potrebbe sembrare questo di Black Mirror. C'è il piano più superficiale, che consiste nel macchinoso e improbabile tentativo di fuga dei prigionieri. C'è lo sfogo della rabbia che si consuma nel privato manipolando una versione alternativa della realtà. C'è una tirata contro la solitudine vissuta di fronte ad uno schermo, che può assumere le varie forme della realtà virtuale, dai videogiochi (è di questo che si parla in fondo) alle identità che ognuno costruisce sulla rete, dove deve inseguire un ideale di perfezione. Robert è la vittima che diventa carnefice, un mezzo hikikomori che costruisce il proprio universo illusorio per sfuggire alle ansie del quotidiano.
Da considerazioni di questo genere ci si può muovere in tantissime direzioni, ma, saggiamente, la scrittura di Brooker chiude tutto su note più farsesche, ricordandoci che in fondo è tutto un gioco, e andrà preso sul serio solo fino a un certo punto.