Ritornando a indossare la maschera e il costume di Black Lightning dopo nove anni di inattività “supereroistica”, Jefferson ha implicitamente accettato i pro e i contro della sua condizione. Tra i secondi, specie negli ultimi tempi, c’é il fatto che il protagonista soffre di problemi di natura fisica sempre più gravi. Questo però non sembra essere in grado di fermarlo: Black Lightning è ora più che mai intenzionato a scovare e potenzialmente uccidere Tobias Whale, il criminale che in passato ha assassinato suo padre.

Tocca a Gambi (un uomo con molti scheletri nell’armadio), con la collaborazione dell’ex moglie di Jefferson, Lynn, provare a instillare un po’ di ragione nell’uomo, mentre sua figlia Anissa è anche lei sempre più a suo agio nelle vesti di combattente mascherata del crimine, specie se ciò comporta il mettersi contro la legge.

Infine, la giovane Jennifer deve affrontare un episodio di bullismo e deve scendere a patti con ciò che è successo al suo fidanzato Kalil, il quale, a sua volta, sembra essere sempre più sedotto dal lato oscuro.

Sempre più stentatamente, la prima stagione di Black Lightning procede: se da un lato in sei episodi la storia è maturata, specie sviluppando un impianto narrativo sostanzialmente solido, dall’altro non possiamo non sottolineare come lo storytelling, in termini di ritmo, sia sempre più cadenzato, con delle fasi di “bonaccia” in cui la narrazione si arena in modo inspiegabile e francamente sempre più intollerabile.

Alla luce di ciò, considerando che non siamo arrivati nemmeno al giro di boa di una prima stagione che, alla fine, conterà ben tredici episodi, è lecito chiedersi cosa gli autori vogliano raccontare con questo show, e quale sia il suo posto in un universo che, tra cinema e televisione, è sempre più inflazionato e vede sempre più agnelli sacrificati ai molti dèi dei tanti pantheon supereroistici.

Si fa fatica a scrivere di un episodio come Three Sevens: The Book of Thunder, a causa della sua natura quanto meno dicotomica, se non antitetica. Complice un innato ottimismo di chi scrive, partiamo dal proverbiale bicchiere mezzo pieno: nei suoi sei capitoli andati in onda finora, in Black Lightning abbiamo visto la progressiva tessitura di un intreccio narrativo valido e variegato, composto da filoni di diversa origine, che in quale modo riescono a combinarsi sempre in soluzioni convincenti. C’é il contesto familiare, sia tra i “buoni” che tra i criminali, quello scolastico, quello sociale, quello ecclesiastico, quello delle amicizie e delle alleanze necessarie, quello sentimentale e sessuale: tutti questi aspetti della storia si intersecano tra loro, contaminandosi e edificando, alla fine, delle fondamenta sociali molto umane e realistiche, sulle quali si svolgono svariati eventi.

Di contro, però, la messa in atto di tutte queste – belle – premesse è spesso stentata e raffazzonata, con una fase di scrittura che ha volte sembra lasciare troppo al caso – del tipo: “facciamo come viene” – e che dunque regala sequenze narrative che spesso spaziano dal mediocre all’imbarazzante.

E in tutto questo yin e yang c’é il fatto che questa è pur sempre una serie TV di genere che sta comunque a rappresentare quella che è sì una nicchia del palinsesto editoriale di una casa editrice come la DC Comics, ma che contestualmente rappresenta una finestra che si affaccia su un humus sempre fertile e soprattutto identificativo di una comunità di relativa minoranza e di grande orgoglio e tradizione in quelli che oggi chiamiamo Stati Uniti d’America, che avrebbe bisogno, senza dubbio e per una mera questione morale, di vetrine ben più curate.

Sospendendo ulteriormente il nostro giudizio, ne riparleremo.