Dickinson, la recensione della seconda stagione

Dickinson, la serie creata da Alena Smith per Apple TV+, ha compiuto dei significativi passi in avanti nella sua seconda stagione, nonostante l’interruzione della narrazione con un episodio che suscita qualche perplessità nella gestione delle relazioni sentimentali, pur mantenendo la capacità di affrontare tematiche attuali e celebrare il genio ceativo dell’artista.
La stagione era iniziata con Emily, la protagonista interpretata da Hailee Steinfeld, alle prese con dei problemi alla vista che potrebbero ostacolare il suo tentativo di tradurre in versi pensieri ed emozioni. La sua famiglia, nel frattempo, ha delle difficoltà economiche causate in parte dalle spese eccessive della coppia composta da Austin e Sue, che affronta le conseguenze di un aborto spontaneo. L’amica di Emily decide quindi di dedicarsi alle attività sociali e aiutare l’amica a veder pubblicate le sue opere, presentandola all’editore Samuel Bowles. Nei successivi nove episodi si assiste così al modo in cui la giovane affronta la possibilità che la pubblicazione delle sue poesie le regalino la fama e all’evoluzione del suo legame con Sue e Bowles, situazione non priva di tensione per vari motivi, oltre a dare spazio a lotte sociali, nuove relazioni e all’apparizione di Nessuno, presenza che diventerà cruciale nella mente della protagonista per capire le sue reali aspirazioni.

Le dieci puntate che compongono la seconda stagione di Dickinson propongono una narrazione più matura e curata rispetto all’esordio della serie, continuando comunque a dare spazio alla leggerezza e ai momenti sopra le righe che avevano già conraddistinto il progetto. La storia spazia da momenti emozionanti e introspettivi, prevalentemente con al centro Emily e nel raccontare lutti e disuguaglianze sociali, ad altri più esilaranti come i trattamenti al centro benessere o l’accesa competizione durante la fiera annuale. Gli autori hanno inoltre proseguito nella loro rappresentazione dei tentativi delle donne di essere indipendenti e poter gestire la propria vita senza il controllo degli uomini seguendo lo stesso equilibrio e alternando i comportamenti a tratti quasi folli di Lavinia nell’affrontare il corteggiamento di Henry (Pico Alexander) ai momenti di frustrazione e saggezza della madre di Emily (Jane Krakowski), che regala alla figlia un consiglio di grande impatto emotivo sull’amore e non esita a commentare freddamente il modo in cui viene ignorata dagli uomini intorno a lei. La protagonista affidata a Hailee Steinfeld, davvero brava nel portare in scena le contraddizioni tipiche dell’adolescenza e un animo maturo e introspettivo, è, come prevedibile, il personaggio delineato con maggiore attenzione e puntate come quelle ambientate a teatro o il season finale lasciano il segno per la capacità di proporre sugli schermi una giovane donna che non fugge dai suoi dilemmi interiori e li affronta con determinazione, lottando per la propria indipendenza, anche dal punto di vista artistico. L’introduzione di Nessuno (Will Pullen) permette inoltre di spezzare intelligentemente i monologhi della giovane Emily, riuscendo in questo modo a rendere maggiormente scorrevole la narrazione e a non far apparire ridondanti le poesie che vengono “scritte” sullo schermo e recitate dalla scrittrice.
Meno soddisfacente, invece, la rappresentazione di Sue Gilbert: le motivazioni del personaggio affidato all’attrice Ella Hunt, nonostante sia una figura chiave nel racconto, non vengono approfondite realmente e nel decimo episodio è al centro di ‘rivelazioni’ che in realtà erano già state compiute fin dall’inizio della stagione, rendendo quasi incomprensibile la reazione sorpresa di Emily e le conseguenze del loro confronto. Adrian Blake Enscoe si impegna invece il più possibile per interpretare Austin senza farlo apparire troppo ingenuo o immaturo, facendo compiere al suo personaggio una buona evoluzione nel corso della stagione.
Anna Baryshnikov è inoltre molto brava nel gestire i comportamenti a tratti surreali di Lavinia, mentre dispiace lo spazio limitato affidato a Toby Huss e Darlene Hunt. Finn Jones, il nuovo arrivato nel cast con la parte di Samuel Bowles, sa infine convincere portando in scena un editore tanto affascinante quanto opportunista, dalla personalità ricca di sfumature.

Gli autori e i registi di Dickinson sembrano aver trovato nella seconda stagione l’approccio giusto per mantenere alto l’interesse degli spettatori con un racconto di formazione che si distingue grazie all’originalità, con cui vengono trattate tematiche universali e senza tempo, e all’uso ponderato del proprio cast. La serie non è priva di difetti e tra le dieci puntate non mancano alcuni passaggi a vuoto o che risultano quasi irrilevanti per la costruzione dei personaggi, tuttavia la visione soddisfa e lascia la voglia di vedere in che modo proseguirà la storia di Emily e la rappresentazione del processo creativo.