Terza stagione per Peaky Blinders, sei episodi che tracciano un percorso di separazione e disgregazione per la famiglia di criminali di Birmingham. Un nuovo blocco che conduce gli Shelby lontani da qualunque certezza possano mai avere avuto su loro stessi: l’unica costante rimane il grigiume, quasi la palpabile sensazione che un velo di cenere sia posato su ogni cosa, l’impossibilità di fuggire da tutto questo. Anche con qualche defezione più o meno illustre, Peaky Blinders poggia su un cast eccezionale, personaggi vivi e veri, che mai come in questa occasione dovranno piegarsi a troppi compromessi. Grande scrittura, grandi interpretazioni: la serie della BBC creata da Steven Knight si conferma come uno dei prodotti più interessanti e autoriali della televisione non solo britannica, ma mondiale.

La serie riprende dopo una pausa di due anni dagli eventi dell’ultimo season finale. Tommy, scampato per un soffio alla morte, cerca un nuovo equilibrio per sé e per la propria famiglia. Nel più classico, per il genere gangster, dei tentativi per ottenere salvezza, il matrimonio con Grace e la nascita di un figlio di nome Charlie possono rappresentare una speranza per costruire qualcosa di buono, sano, puro, in un mondo dove questi aggettivi appaiono come alieni. Lo ritroviamo a pretendere calma e obbedienza dai suoi fratelli e compagni al suo matrimonio, una parentesi che occuperà l’intero primo episodio.

Uno dei momenti di aggregazione e vicinanza per eccellenza diventa simbolico nel momento in cui l’intera stagione crea premesse e svolgimento per uno strappo profondo nel gruppo. Eliminata la nemesi per eccellenza dell’agente Campbell, la storia pone le basi per nuovi sviluppi, che avranno a che fare con dei russi in esilio, un terribile prete e il ritorno graditissimo – almeno per noi – di Tom Hardy nei panni dell’ebreo Alfie Solomons. Su tutto, sempre, la famiglia. Da Grace a Charlie, da Arthur a Michael, per non parlare di Polly, ogni decisione criminale viene rivestita di una seconda patina, che porta tutto ad un livello più personale e intimo. L’idea stessa che un gesto non sia mai compiuto dal singolo, ma dal collettivo dei Peaky Blinders, che si muovono come un corpo unico nel quale Tommy è la mente non del tutto lucida.

A proposito di questo, i personaggi sono costretti a giocare tutta la stagione sulla difensiva. Questo porta alla luce nuovi e più fragili aspetti del loro carattere. Soprattutto per Tommy, che almeno in un paio di scene ci colpirà e ci porterà a soffrire sinceramente per la sua mortificazione. Ma è un discorso che vale anche per Arthur – il suo rapporto con il fratello è una costante – e Polly, che vive sulla sua pelle le conseguenze nel cercare di potersi aprire a nuove confidenze.

Tecnicamente Peaky Blinders rimane una serie splendida da vedere e da ammirare. L’esecuzione del cliffhanger del secondo episodio è di quelle che non si dimenticano, ma in generale questa è una serie che fa un grandissimo lavoro sulle ambientazioni, fino a farle diventare quasi emanazioni stesse dello stato d’animo dei personaggi. Grande lavoro del cast, con Cillian Murphy, Tom Hardy, Helen McCrory e quest’anno anche Paddy Considine che bucano lo schermo a ogni apparizione. La serie, nel frattempo rinnovata per una quarta e quinta stagione, promette grandissima qualità anche per il futuro.