Se dovessi riassumere tutto True Detective in un solo aggettivo sarebbe: affascinante. Perché, al di là delle splendide interpretazioni, dei dialoghi così diversi da ciò che siamo abituati a vedere in tv, della fantastica tecnica messa al servizio della storia (qualche volta anche il contrario, come nel caso dell’ormai celebre piano sequenza di Who Goes There) il grande collante di questa immensa, microscopica vicenda è il fascino che riesce ad emanare. C’è una soddisfazione quasi personale – come se noi spettatori c’entrassimo qualcosa – nel partecipare al racconto di una storia in cui ogni elemento riceve la giusta attenzione, in cui nulla è superficiale o buttato via, in cui tutto ha una sua intima bellezza che deriva innanzitutto dalla cura che vi è stata riversata.

True Detective, dove la prima parola del titolo della serie assume un valore sempre più importante nel definire i contorni e gli obiettivi dello show di Nic Pizzolatto. Ad un certo punto Marty si rivolge ad un ex collega per chiedere dei fascicoli riservati, e per farlo racconta di doversene servire per imbastire un romanzo poliziesco sul genere “True Crime”. Ora, la metanarrazione è stato un elemento cardine delle puntate precedenti e sembra che, anche in questo caso, alla vigilia del finale di stagione, la scrittura abbia voluto indirizzarci sulla giusta strada per decifrare la serie. True Detective ovviamente non è “vero” nel senso più immediato. Non ha il documentarismo delle serie di David Simon (Homicide, The Wire), ma poggia pur sempre su delle basi narrative non del tutto originali.

Lo scrivevamo la settimana scorsa. Il confronto/scontro tra i due detective così diversi, i problemi familiari, gli omicidi seriali intrisi di misticismo, tutti elementi che non sono del tutto nuovi al genere poliziesco. True Detective non rinnova sotto questo profilo, ma eccelle in altri momenti. Che sono quelli che si diceva prima, la tecnica, le interpretazioni, la scrittura. Il soggetto è classico, ma l’intreccio, ancora una volta così perfettamente calibrato nello scivolare tra presente, passato e futuro, anche dopo che lo schema interrogatorio/flashback delle prime puntate è stato abbandonato, è straordinario. È inutile stare a raccontarsi tutti gli eventi di After You’ve Gone, ma bisogna sottolineare la forza di una scrittura che da sette episodi ha il perfetto controllo sulla propria storia, che riesce a sottolineare momenti, intuizioni, decisioni (come Marty che parla a Maggie e intanto ricorda il motivo che lo spinge ad aiutare Rust) con scelte di montaggio elegantissime e mature.

Funziona il raccordo non solo narrativo, ma anche e soprattutto emotivo, tra presente e passato. Rust e Marty si ritrovano in uno squallido locale, qualche parola buttata lì su un passato troppo lontano, dialoghi come al solito diretti, domande formali (Rust che per la prima volta si informa sulla vita del collega, e solo dopo averlo reincontrato da un pezzo) o informazioni altrettanto sottili (Marty sottolinea, apparentemente senza motivo, come sia passato molto tempo dalla sua ultima bevuta). Idem per l’incontro, molto pacato, tra Marty e Maggie. Nessuna confessione dell’ultimo momento, nessuna scena madre, nessun ripensamento. Il dialogo non come mezzo rapido e facile per veicolare le proprie emozioni allo spettatore, ma come mezzo per mascherare un disagio visibile da altri elementi: anche questo distingue un’ottima scrittura da una mediocre.

L’unico momento in cui la maschera sembra cadere davvero è quando Rust mostra una certa cassetta a Marty. L’uomo, ce lo ricordiamo dal 1995, è molto sensibile alle violenze sui bambini (quelle che lo portarono a uccidere Ledoux) e decide immediatamente di riprendere le indagini con il collega. Si stringe il cerchio intorno al gigante (ma per un bambino, soprattutto uno spaventato, ogni uomo è un gigante) con le cicatrici. Lo ritroviamo infine, dopo averlo già visto in The Locked Room, in una scena finale inquietante e orrorifica. True Detective finisce la prossima settimana, e già ci manca.