Venezia 70 - Un Festival meno cosmopolita ma audace e in grado di osare
Edizione dal livello medio alto, priva di film dalla statura clamorosa in grado di modificare la storia del cinema, ma capace di rischiare e indicare un paio di linee guida per il futuro...
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Se dovessimo dare una temibile etichetta a questa edizione 2013 della Mostra di Venezia, sarebbe inevitabilmente quella di “festival dei documentari” e probabilmente i telegiornali non avranno mancato di farlo. Moltissimi in tutte le sezioni del festival, alcuni molto belli (altri logicamente meno), due in concorso (non era mai capitato prima), uno ha anche vinto.
Dunque il Leone d’Oro a Sacro GRA fotografa l’esistente: la scena documentaristica è uno dei fenomeni più interessanti al mondo e l’Italia gioca il suo ruolo. Pensare di poter prevedere cosa questo premio cambierà nella percezione generale e nelle disponibilità produttive e distributive sarebbe eccessivo, di fatto però ora possiamo guardare retrospettivamente agli anni che hanno portato a questo trionfo con la giusta prospettiva.
Per il resto questa seconda edizione Barbera non si è distaccata dalla precedente (di un livello molto medio), non ha presentato capolavori disarmanti nè tonfi allucinanti ma ha saputo vivere su una media alta.
Occorre a questo punto ricordare che l’ultimo festival di Cannes (non ci si fa illusioni, è palesemente il festival più forte, importante e imperdibile del mondo) a fronte di alcuni capolavori di disarmante bellezza e determinante importanza nella storia del cinema che viviamo (Inside Llewyn Davis, La vie d’Adele, The Past e La grande bellezza) aveva qualche altro buon film ma un livello medio non esaltante e di contro la Berlinale, per il secondo anno di seguito, era un festival quasi privo di film buoni.
Insomma, considerato sempre che un festival si fa con i film che ci sono e che è possibile attirare (l’unico rimpianto di Barbera, si sa, è stato 12 years a slave di Steve McQueen) quest’edizione di Venezia pare un successo.
Ognuno ha la propria lettura ma a noi è sembrato un festival meno cosmopolita degli altri anni, meno ossessionato dall’avere film da tutto il mondo ma più radicato su frontiere nuove e capace di osare in più d’un caso. Aver messo in concorso due documentari è stata una mossa tanto audace quanto quella di aver riconosciuto la grandezza di un film popolarissimo e molto canonico come Philomena.
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