“Mi seguireste… un’ultima volta?”

La domanda, rivolta dal tormentato re dei nani Thorin ai propri compagni in un momento di svolta di Lo Hobbit: la Battaglia delle Cinque Armate, è specchio di quella che il regista Peter Jackson pone a tutti coloro che, negli anni, si sono appassionati dapprima alle vicende di Frodo Baggins nell’epocale trilogia di Il Signore degli Anelli, per poi proseguire il viaggio grazie al trittico di prequel di cui quest’ultimo film è l’attesa conclusione.

Per farsi un’idea generica di La Battaglia dei Cinque Eserciti, potrebbe essere utile fare una piccola digressione.

A Monaco di Baviera, presso l’Alte Pinakothek, è conservato uno stupefacente olio su tavola del 1529, intitolato La Battaglia di Alessandro e Dario a Isso. Nel dipinto, considerato uno dei massimi vertici dell’arte rinascimentale tedesca, si affastellano centinaia e centinaia di soldati, che si scontrano in un paesaggio nordico caratterizzato da una severa montagna azzurrina e da un cielo tempestoso in cui luci calde e fredde si alternano a formare, sopra il campo di battaglia, un ulteriore conflitto atmosferico. Guardato nella sua interezza, il quadro è impressionante; ma è forse ancora più sconvolgente quando ci si avvicina per ammirarne i dettagli. Sebbene il pittore, Albrecht Altdorfer, potesse ottenere un suggestivo effetto d’insieme tratteggiando sommariamente i singoli personaggi, egli scelse di concentrarsi su ogni piccolo protagonista dell’epico evento che stava rappresentando. Visto da vicino o da lontano, come scontro di armate o come scontro di individui, la bellezza del dipinto resta invariata.

battagliaIn un universo parallelo, nolaniamente parlando, La Battaglia di Alessandro e Dario a Isso sarebbe stata l’immagine scelta per promuovere La Battaglia delle Cinque Armate. Lo sarebbe stata sia per richiamo visivo che per intento: la battaglia che dà il titolo al film si svolge ai piedi di una montagna, nei pressi di un lago e di una città in rovina, carezzata da luci calde e fredde (gestite ancora una volta da Andrew Lesnie), esattamente come il pittore tedesco ci mostra. Ma è sulla carta, nella sceneggiatura che meglio emerge il misterioso legame tra due opere tanto distanti nel tempo, eppure accomunate da un unico desiderio: non perdere di vista l’individuo.

Sia chiaro: al contrario del quadro, La Battaglia delle Cinque Armate non è un meccanismo perfetto in ogni sua parte. Dopo un inizio folgorante, che chiude degnamente il memorabile cliffhanger con cui terminava La Desolazione di Smaug, le premesse (e promesse) epiche di cui avevamo visto i semi nei primi due capitoli sbocciano in modo discontinuo, a formare un racconto molto più rapido dei suoi precedenti ma a perenne rischio di approssimazione. Coloro che avevano trovato Un Viaggio Inaspettato e La Desolazione di Smaug troppo prolissi nel loro concentrarsi, di volta in volta, sulle differenti situazioni del viaggio di Bilbo Baggins, troveranno in questo terzo capitolo un balsamo per i loro sensi: Jackson non si dilunga, ma anzi confeziona il film più serrato e concitato dell’esalogia; chi aveva apprezzato la minuzia calligrafica del disegno jacksoniano nei primi due pezzi della trilogia dello Hobbit, si troverà di fronte a qualcosa di profondamente diverso.

L’ampio respiro dei precedenti capitoli evolve qui in qualcosa di nuovo, facendo virare il timone verso quella che è, a tutti gli effetti, la più drastica cesura nei confronti della trilogia del Signore degli Anelli. Ciò che in Il Ritorno del Re era esplicita coralità, diviene qui intimo colloquio con se stessi prima ancora che con chiunque altro: da Thorin a Bilbo, da Tauriel a Thranduil, tutti i volti più importanti del film lottano con i propri spettri, i propri preconcetti, le proprie visioni del mondo che cozzano impietosamente con l’ombra nera che si addensa sulle loro teste. Sotto la lente d’ingrandimento di Jackson, essi si scoprono diversi, nel bene e nel male, da come si erano creduti. Sono tematiche che mai erano state affrontate con tanta attenzione nella Trilogia dell’Anello, dove l’introspezione restava appannaggio di pochi, precisi personaggi. In La Battaglia delle Cinque Armate, persino le strategie di guerra sono fagocitate dall’individualismo: le pur spettacolari scene di combattimento tra eserciti di elfi, nani e orchi assumono un ruolo marginale se contrapposte agli svariati tête-à-tête che sembrano costituire l’ossatura di questo epilogo filmico.

Dal monologo interiore si passa quindi al dialogo, al botta e risposta a suon di lingua e spada; si creano duetti violenti e dolenti, in cui ci si uccide e ci si ama con la stessa forza. Jackson mette in scena rapporti difficili e non si affida al didascalismo delle parole per spiegarli: opta per un racconto fatto di lacrime e frasi lasciate a metà, con più sfumature di quante ve ne siano mai state in un film ambientato nella Terra di Mezzo. Coloro che hanno puntato il dito contro Jackson, accusandolo di essere divenuto schiavo delle logiche di mercato e di aver attuato una mera operazione commerciale, dovranno comunque fare i conti con questo cuore pulsante. È un regista sincero e sentimentale, quello che ha chiuso con questo film il ritratto della Terra di Mezzo; un regista che ama i suoi personaggi e lo dimostra con una forza emotiva nuova e più intensa che mai.

Jackson non si dilunga, ma anzi confeziona il film più serrato e concitato dell’esalogia

La Battaglia delle Cinque Armate è un film difficile, che spiacerà a molti, perché ha in sé due anime: da un lato, mantiene la promessa fatta all’inizio di Un Viaggio Inaspettato, ovvero ricongiungere le fila della storia all’apertura di La Compagnia dell’Anello e, quindi, alla precedente trilogia. Tuttavia, è impavido nel prendere le distanze dal passato, aprendosi la strada attraverso un sentiero mai battuto nel Signore degli Anelli. La varietà di situazioni scenografiche cui Jackson ci aveva abituati risulta qui ridotta all’osso, fino a far confluire tutti i protagonisti principali in un’area piuttosto circoscritta. Ne deriva una tavolozza cromatica e architettonica meno mozzafiato del solito, e di conseguenza più al servizio dei personaggi che vi si muovono. Dal canto suo, Jackson dirige l’orchestra con mano mai stata tanto libera, consentendosi esperimenti che potrebbero far storcere il naso a parecchi – svetta a tal proposito lo scontro psichedelico tra Galadriel e il Negromante a Dol-Guldur – ma che testimoniano l’inarrestabile ricerca del regista neozelandese, che si sarebbe potuto adagiare sulle trovate visive già rodate nei precedenti capitoli della trilogia e, perché no, addirittura mutuarne da Il Signore degli Anelli. In fondo, sarebbe stata pur sempre farina del suo sacco: ma seppur seguendo il faro della coerenza con il proprio passato cinematografico, Jackson preferisce osare e tentare l’aggiunta di qualche nuovo ingrediente.

 

C’è amore, in questo film, e in forma ben diversa da quella vista e apprezzata in Il Signore degli Anelli. A fronte di una sintesi narrativa che rischia di rendere la corsa verso il finale fin troppo rapida, Jackson decide per una volta non sacrificare il romanticismo. Indaga quindi un universo di sentimenti sconosciuti ai precedenti capitoli dell’esalogia, cesella le dinamiche familiari tra Legolas e Thranduil in un gioco di sottotesti reso chiaro dal loro ultimo scambio di battute. E gestisce in modo sin troppo credibile il tanto vituperato triangolo amoroso tra l’elfa Tauriel, il nano Kili e il suddetto Legolas; il quale, a trilogia conclusa, esce definitivamente dalla zona d’ombra e risulta forse il maggior beneficiario di questo triennale lavoro di prefazione al Signore degli Anelli. Chi avrà modo di vedere la Trilogia dell’Anello dopo quella dello Hobbit, apprezzerà il principe degli elfi silvani più di quanto non abbiamo fatto noi, vecchierelli canuti e stanchi, tredici anni fa.

Il personaggio di Tauriel, modulato con sapiente ricchezza di toni da un’ispirata e commossa Evangeline Lilly, trova la propria legittimazione incontrovertibile in questo epilogo, e dà modo a Jackson di rafforzare le basi per il futuro riavvicinamento tra nani ed elfi, avendo adombrato in La Battaglia delle Cinque Armate non solo una tolleranza, ma addirittura un’affezione che, nella sua presunta improbabilità, pone il pubblico di fronte al vecchio quesito sull’amore interrazziale; quesito che, a chi sta scrivendo, è sempre parso pretestuoso, in considerazione del contesto fiabesco in cui si innesta. Ai puristi più intransigenti del romanzo di Tolkien, che contro la bella elfa hanno iniziato a tirar sassate ben prima che ne apparisse la fulgida immagine sul grande schermo, può sempre restare la consolatoria certezza che Tauriel sia, in tutto e per tutto, nient’altro che una mera eccezione allo snobismo elfico.

 

Lo Hobbit - la Battaglia delle Cinque Armate

 

Attorialmente parlando, il film conferma l’ineccepibilità delle scelte di Jackson: a partire dai personaggi di secondo piano, come il viscido Alfrid di Ryan Gage che trova, in questo terzo capitolo, ampio spazio per farsi detestare, passando per il Dwalin di Graham McTavish e il Balin di Ken Stott, consumati da un contenuto ma intenso dolore di fronte alla pazzia del cugino Thorin. Lode anche al bell’Aidan Turner, che completa il vivido ritratto del giovane Kili con pennellate di accorata freschezza. Confermano quanto di grande già visto nei precedenti film i veterani Ian McKellen, Cate Blanchett, Hugo Weaving e Christopher Lee, tornato finalmente in panni da battaglia. Stesso dicasi per il valoroso Bard, che offre al britannico Luke Evans l’ennesima occasione per dimostrare la propria duttile ma invariata bravura, e re Thranduil, le cui zone d’ombra vengono esplorate grazie all’ottima interpretazione del carismatico Lee Pace. Svettano su tutti Richard Armitage, che dona al suo Thorin una sublime miscela di dolcezza e folle egoismo, e l’ormai consacrato Martin Freeman, che ha accompagnato la crescita di Bilbo Baggins nell’arco della trilogia, portandolo al termine di un’avventura che lo hobbit stesso, nelle pagine del romanzo di Tolkien, definisce “amara”. Il Bilbo di La Battaglia delle Cinque Armate, come profetizzato da Gandalf in Un Viaggio Inaspettato, è ben diverso da quando partì da casa Baggins, ma resta ancora una volta la luce del film. In Il Signore degli Anelli, suo nipote Frodo porterà con sé un bagaglio di dolori legati, per lo più, a dinamiche squisitamente fiabesche; di contro, Bilbo vive solo drammi umanissimi e comprensibili a chiunque: il tradimento, la perdita. Le sue lacrime sono le stesse che abbiamo versato o verseremo nella nostra vita di fronte a dolori ineluttabili, e questo crea un nesso emotivo di potenza innegabile tra lo spettatore e lo hobbit. Le scene tra Thorin e Bilbo in questo ultimo episodio restano dunque tra i momenti sentimentali più complessi ed efficaci dell’esalogia jacksoniana, portando a fioritura ciò che nel romanzo d’origine era una buona ma certo più sommaria gemmazione.

Bilbo vive drammi umanissimi e comprensibili a chiunque: il tradimento, la perdita

E così, in accordo con un universo sentimentale più profondo e sfumato, La Battaglia delle Cinque Armate finisce pian piano; mancano gli epici accenti del Ritorno del Re e così, come preteso dagli amanti del libro, Lo Hobbit si avvia verso una conclusione più discreta e silenziosa di quanto non ci si sarebbe potuti aspettare guardando i primi due episodi, non risparmiando allo spettatore un retrogusto malinconico amaro e lontano dalla pacificazione futura (o passata?) della Trilogia dell’Anello. Ahinoi, il fato di molti tra i personaggi principali resta ignoto, ed è una pecca che Jackson si porta dietro sin dal Ritorno del Re, in cui il destino di Saruman, Legolas e Gimli restava avvolto dal più fitto mistero (parliamo di edizione cinematografica). A parziale giustificazione di un reiterato peccato d’omissione, vale la pena ricordare la brevità di quest’ultimo episodio rispetto alle tre ore e venti del capitolo conclusivo di Il Signore degli Anelli. Per una volta, si ha la sensazione che ciò che è stato tagliato via potesse davvero contribuire a migliorare il film, piuttosto che appesantirlo al solo scopo di soddisfarne gli appassionati più irriducibili. L’edizione estesa potrà forse rispondere ad alcuni dubbi che aleggiano a mezz’aria dopo l’uscita dalla sala; ma ciò che Jackson ha consegnato alla storia del cinema è questo, e su questo dobbiamo basare il nostro giudizio nel bene e nel male.

Finisce qui, dopo tredici anni e sei film, l’avventura di Sir Peter Jackson nella Terra di Mezzo. Il cerchio si è chiuso, l’anello è saldato. Le scabrosità e le imperfezioni sono forse più visibili sul lato nuovo, quello della trilogia dello Hobbit, mentre gli anni hanno contribuito a levigare nella memoria gli svariati difetti di Il Signore degli Anelli. Che resta un capolavoro, forse anche in virtù di quei momenti in cui l’ingranaggio si inceppa per un secondo o in cui le rotelle corrono troppo velocemente. Rimandando l’analisi dell’intera saga a un discorso basato su presupposti diversi, ciò che resta di questo La Battaglia delle Cinque Armate è la certezza che Peter Jackson abbia perseguito fino alla fine l’arduo proposito di differenziarsi dal se stesso di tredici anni fa, pur non smentendosi. Ci è riuscito grazie al proprio coraggio formale, certo, ma non solo: ci è riuscito grazie al cuore. Può bastare? Mutuiamo una frase di Thorin tratta da Un Viaggio Inaspettato, quando ancora i dolori della Battaglia dei Cinque Eserciti sembravano un miraggio: “Un cuore volenteroso. Non posso chiedere più di questo.”

 

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