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Amen - la recensione
E’ possibile realizzare un film con una troupe di sole due persone?
Se con “Arirang” – presentato a Cannes - aveva raccontato la sua depressione e le ragioni del suo silenzio artistico durato quattro anni con una sorta di documentario-confessionale che gli aveva fruttato la vittoria (ex aeuquo) nella sezione Un Certain Regard (mentre il film è giù passato su Rai 3 lo scorso 14 agosto grazie a Enrico Ghezzi), con Amen il regista Kim Ki-Duk ritorna ad un progetto di fiction, seppure anch’esso estremo come il precedente lavoro.
Basta vedere i titoli di coda per rendersene conto, semmai non lo si sia riuscito a capire (e non è scontato farlo) durante l’ora e mezza di proiezione: non ci sono credits, il film l’ha fatto lui da solo assieme all’attrice. O è lui che riprende lei, o viceversa. Inutile quindi sottolineare come ci siano solo due personaggi nel film, mentre è importante dire che non si tratta di una storia ambientata in una camera o un documentario, ma di un vero e proprio road movie.
Una ragazza coreana arriva a Parigi, non parla che la sua lingua, sta cercando un uomo che non si è fatto trovare all’aeroporto, ha il cellulare staccato e quando lo va a cercare al suo indirizzo scopre che è partito per Venezia. Lei cerca di raggiungerlo, ma anche in quel caso fa un buco nell’acqua: è andato ad Avignone, e così via. Nel frattempo la giovane però capisce di essere continuamente osservata. Chi è e cosa vuole da lei quel tizio che gira con in viso una maschera antigas?
Con il suo solito tocco poetico, Kim Ki-Duk pennella una delicata storia di solitudine, perseveranza e coraggio, caratterizzata da quel tema dell’invisbilità che già si riscontrava con il capolavoro che lo rese famoso, Ferro 3. Ingrassato, capelli lunghi, dimesso, Kim Ki-Duk sta vivendo un particolare periodo della sua vita e quando lo abbiamo incontrato al Festival di San Sebastian (dove ha presentato Amen) per un’intervista, tutto ciò che siamo riusciti a tirargli fuori è che il tempo passa e che ormai prende la vita, così come la macchina da presa, senza fare progetti. Non scrive sceneggiature, giusto un’idea di soggetto, e poi si lascia guidare dall’istinto. Per nostra fortuna il suo è quello di un genio, e anche con un minuscolo film come questo, riesce a dare un’idea di solitudine e amore disperato che in pochi altri film è mai riuscito a emergere con tanta intensità. Ad averne di depressi come lui...
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