Arrivata al secondo film la nuova “serie” di film di Alien, quella che si svolge prima dell’originale del 1979 e che Ridley Scott ritiene l’unico vero canone, comincia a mostrare pregi, difetti e direzioni in cui sta andando. Come nelle serie tv (o almeno in alcune) al volante c’è un uomo solo, il creatore di tutto, e ha deciso di imprimere una svolta decisa. Non più horror d’ambientazione fantascientifica ma una serie più ambiziosa, che invece che deprecare l’esplorazione (era solo fonte di morte nel primo) la esalta (è fonte di conoscenza sulle origini della specie), che invece di giocare tutto in spazi chiusi ha i suoi punti di forza proprio nei grandi ambienti, negli spazi immensi, nelle statue giganti (ce n’era una anche nell’originale ma qui si moltiplicano) e che infine parla esplicitamente di creatori e creati.

Già Prometheus maneggiava dialoghi, ambizioni, temi e massimi sistemi con una certa goffa semplicità, ora Alien: Covenant batte il medesimo solco, con il medesimo stile.

Tuttavia come già nel film precedente anche qui sembra di nuovo che il vero punto sia un altro, che la ragione per godersi lo spettacolo di un altro Alien firmato Ridley Scott non stia nelle paturnie dell’androide David ma nella capacità che questo regista aveva nel 1979 e continua ad avere tutt’oggi di dirigere la paura e la tensione in una maniera talmente personale e con una prospettiva così ampia da rendere quei momenti i più significativi del film.

Nelle scene di tensione di Scott accade sempre più di una cosa contemporaneamente, c’è sempre qualcuno che fuori campo sta facendo qualcosa mentre il soggetto inquadrato vive altre difficoltà. C’è uno xenomorfo intento a nascere mentre qualcun altro, nella medesima stanza scivola su una macchina di sangue, c’è qualcuno che insegue mentre l’inseguito rimane incastrato, c’è un braccio meccanico manovrato da remoto che si muove mentre la potenziale vittima cerca di non cadere dal tetto dell’astronave e uno xenomorfo si fa strada per trovare la propria preda, ci sono due nascite in contemporanea, un mostro nelle radure pronto a balzare mentre tutti temono qualcos’altro e via elencando.

Ridley Scott cerca sempre di avere più di un elemento di difficoltà in scena per distogliere l’attenzione dalla minaccia principale e renderla così spaventosa. A tutti gli effetti è la maniera in cui i predatori cacciano le prede, nascondendosi, sorprendendoli e creando una situazione di panico in cui non è mai chiaro da dove possa venire un attacco che a questo punto sembra possa colpire da dovunque in ogni istante.

Alien (l’originale) era una carneficina ad orologeria, la storia di un mostro che massacra metodicamente uno ad uno i membri di un equipaggio, i quali che non possono scappare dall’astronave-prigione che li rinchiude tutti. Il film finiva poi con il più classico degli scontri da cinema slasher, quello tra il mostro onnipotente in questione e la donna sempre in fuga che stavolta, proprio nel momento in cui più mostra il proprio corpo, quando è in mutande, risponde con la ferocia dell’intelletto e fa fuori da sé la creatura.

Prometheus e Covenant, se per un momento si accantonano le scene e i momenti relativi alla storia dell’androide e degli Ingegneri, alla medesima maniera mettono due donne contro dei mostri, cioè appaltano alla femmina la tenacia necessaria a confrontarsi con lo xenomorfo, e le rendono prede nel senso animalesco.

Prometheus contiene (tra le molte) una fenomenale scena di auto-chirurgia che è uno spettacolo, Covenant esagera e partorisce una grande sequenza giocata all’esterno di un velivolo in decollo, tra vento, difficoltà, cavi, bracci meccanici e ovviamente l’alieno, che è la perfetta rappresentazione di quel che Ridley Scott sa fare quando prende in mano la sua saga. Chiedendosi di continuo “Esattamente di cosa abbiamo paura quando abbiamo paura di morire?” questo regista riesce ancora a raccontare come pochi altri lo sgomento della trasformazione degli umani in prede, la specie che domina la catena alimentare che viene scalzata e nel fuggire cerca una salvezza.

La caratteristica vera dei film della serie Alien allora, non sono gli alieni di Giger o la paura spaziale, ma la maniera in cui mette nella condizione di preda il corpo femminile, dandogli ovviamente all’ultimo la possibilità di riscattarsi. Il cuore del canone di Scott è il fatto di mettere i personaggi a confronto con qualcosa contro il quale non hanno scampo. Nonostante il rispetto che si può nutrire per Aliens, la versione di Cameron, lì il paradigma cambiava nel momento in cui il regista dava a Ripley modo di combattere lo xenomorfo ad armi quasi pari, grazie all’esoscheletro, qualcosa che al momento sembra impossibile per Scott. Nella sua logica il punto di Alien è lo sbilanciamento che esiste tra gli umani e la loro minaccia, l’idea che gli alieni siano inaffrontabili, che si possa solo fuggire da essi. Idea, paradossalmente, ripresa con grandissima efficacia dal videogame Alien: Isolation, in cui a tutti gli effetti lo xenomorfo non si può combattere si può solo fuggire da esso.

In questa maniera, e con le sue scene di tensione dai multipli eventi che distolgono l’attenzione, Scott crea una grande ode alla femmina animale, essere vivente temibile anche quando è preda, genere tenace e coriaceo eletto a nemico naturale dell’alieno più letale di sempre. E lo fa non con i dialoghi ma mostrando.