Alle volte un film è così brutto da diventare un caso nazionale, deriso da tutti. Alle volte l’interesse intorno ad esso monta per assistere al grande disastro o addirittura finisce che qualcuno ci faccia a sua volta un film sopra tanto è clamoroso (è il caso di The Disaster Artist). Altre volte invece un film è così brutto da non essere nemmeno rilevante, da non distinguersi per nessun eccesso, da non fare notizia e finire via come acqua nel tubo di scarico, nel disinteresse generale. Il livello minimo possibile.

In questa classifica del peggio del nostro peggio passato in sala nel 2017, c’è sia l’uno che l’altro. Ci sono film che sono andati notoriamente male, attesi e naufragati, brutti e insultati, al pari di altri che nessuno ha probabilmente sentito se non chi l’ha dovuto vedere per lavoro ma che hanno regalato almeno 90 minuti (in certi casi anche di più) di lento naufragio filmico.

Neanche a dirlo è una classifica questa dominata dal cinema italiano (ma non per manifesta inferiorità quanto perché per essere esportato e arrivare da noi un film deve raggiungere uno standard minimo di decenza o notorietà, i nostri invece ce li becchiamo tutti), in cui fanno capolino alcuni titoli internazionali di sconfortante pochezza, stupefacente cretineria e manifesta incompetenza. Quindici torture ai danni del pubblico che per fortuna hanno colpito pochissimi spettatori.

15. La Cura Dal Benessere

Il ritorno di Gore Verbinski era a dir poco attesissimo ma fin dal trailer La Cura dal Benessere lasciava presagire il peggio. Il film completo ha aggiunto solo un durata sovradimensionata e un’inspiegabile tendenza ad allungare il brodo in una storia che invece avrebbe beneficiato di una certa secchezza. Verbinski sembra aver dimenticato come si crea tensione e si mette in scena un contesto spaventoso (e dire che lui era emerso proprio con il remake americano di The Ring). Il resto è una serie di furti da Del Toro, Tim Burton e Brian De Palma, senza nemmeno la decenza della citazione.

14. Easy – Un Viaggio Facile Facile

Nel mondo immaginario del cinema italiano tutto ciò che è tecnologico o moderno non solo è il male, ma contribuisce a farci vivere peggio. La storia di un ragazzo con difficoltà relazionali semplice semplice, a cui viene affidato un compito dal fratello più smaliziato, è un viaggio d’allontanamento dalla civiltà e dalla tecnologia. Con un atteggiamento da cinema Sundance (in cui il protagonista dev’essere sia strano che tenero) in Easy la condizione del protagonista va mano mano migliorando non appena si perde nella campagna, incontra contadini, smarrisce il cellulare ed è come se viaggiasse indietro nel tempo. Lontano dal moderno, lontano dal dolore.

13. I Peggiori

Non sappiamo come sia stato concepito I Peggiori, ma se dovessimo tirare ad indovinare a giudicare dal risultato finale, sembra che qualcuno abbia voluto fare una commedia classica italiana ma, accortosi all’ultimo che queste non incassano più, abbia deciso di cambiarne l’apparenza e dargli un tocco di Lo Chiamavano Jeeg Robot e uno di Smetto Quando Voglio, senza però mutare l’essenza e senza aver capito cosa ha reso quei due film nuovi e diversi. Precari che per sbarcare il lunario si travestono da supereroi a pagamento, con una color correction bicolore, ma poi parlano si comportano e sono diretti come in una classica commedia senza idee. “Qui però un’idea c’è!” si dirà, ed è vero, ma poche cose sono peggiori dello sfruttamento di un’idea di moda senza nemmeno saperlo fare bene.

12. Riccardo Va All’Inferno

Riccardo III ambientato al Tiburtino Terzo. Ci poteva stare.
Fatto come un musical kitsch e colorato, un po’ punk anni ‘90, un po’ cattivo gusto realizzato però con gusto. Ci poteva stare.
Fatto con Massimo Ranieri come protagonista e note da Jean-Pierre Jeunet. Ci poteva stare.
Ma Riccardo Va All’Inferno è un polpettone noiosissimo che a parte le sopracitate ispirazioni non riesce a mettere in fila un paio di idee che valgano la pena di essere viste, né è capace almeno di imbastire un intreccio che sappia appassionare. Raffinato e fine a se stesso, andava fermato in fase di montaggio.

11. Trainspotting 2

Un film così brutto da essere riuscito a peggiorare il proprio originale. Il sequel di Trainspotting si distingue per il tradimento totale delle idee e delle pulsioni messe su schermo 20 anni prima. Non solo i disperati ma fieri drogati sono dei depressi che rimpiangono i giorni in cui si drogavano, oggi alle prese con piccole crisi di mezza età, ma anche quei giorni lì, quelli del primo film sono guardati con la tenerezza che quel film ripudiava allora e non merita oggi.

10. Hannah

Un film girato ad uso e consumo della sua protagonista, pensato per mettere Charlotte Rampling in una parte sulla carta difficile e lasciare che la sua recitazione in sottrazione faccia il resto. Grazie a questo film abbiamo la prova inconfutabile che un simile esperimento non vale la pena di essere visto, che anche una buona attrice non è in grado di far passare sul suo volto una storia se il film non si muove intorno a lei.
Hannah invece di raccontare di una donna il cui marito ha fatto qualcosa di indicibile e che deve venire a patti con tutto ciò nella sua quotidianità, mostra le espressioni facciali di questa donna in quella quotidianità, convinto che questo basterà, che sarà tutto molto intenso e toccante, che ci sarà un mondo che può così essere suggerito agli spettatori. Salta fuori che non c’è. Nondimeno Coppa Volpi alla Miglior Attrice per Charlotte Rampling.

9. Rosso Istanbul

Ci sono poche scuse per aver messo una città nel titolo, averle dedicato diverse panoramiche, aver inserito alcuni dei suoi luoghi più famosi dentro la trama e poi non essere stati in grado di raccontarla davvero. Ozpetek gira in Turchia e, a parte per le suddette inquadrature, potremmo essere ovunque. Non che se il film avesse avuto un altro titolo sarebbe stato migliore!
Rosso Istanbul è una storia d’amore sofferto e poco dichiarato, malcelato e contaminato da lutti, disperazione e senso di rinascita. Ogni simbolo gridato è così inefficace da far quasi pena.

8. Ovunque Tu Sarai

Il viaggio di alcuni amici tra calcio e donne è un genere che evidentemente il cinema italiano (inteso come i suoi cineasti e sceneggiatori) ama molto di più del pubblico. Per quanto non vengano praticamente mai premiati al botteghino questi film continuano ad essere prodotti. Tutti uguali, tutti in serie, come se ogni viaggio degli italiani all’estero fosse identico, tra partitelle con gli stranieri, incontri con donne belle e libertine, occasioni mancate, rocambolesche perdite di denaro e confessioni notturne. Tutto così visto che la noia è dietro l’angolo, tutto così amatoriale nella realizzazione che non si può nemmeno parlare bene dei singoli dettagli.

7. Tiro Libero

Ad un giocatore di pallacanestro viene diagnosticato un male che gli impedisce di giocare. È arrogante ma la malattia gli farà capire i veri valori. I veri valori cristiani.
Tiro Libero non è un film, è una parabola di più di 90 minuti in cui il protagonista parla con Gesù (senza risposta per fortuna) e in cui in un trionfo di recitazione da recita delle medie, si dedica ai bambini in un mondo totalmente irreale in cui la religione non è una questione, non è un problema, non è proprio mai messa in discussione, è una certezza per tutti.
Tiro Libero è così amatoriale che il migliore in campo, e di gran lunga, è Paolo Conticini.

6. Per Primo Hanno Ucciso Mio Padre

Se fosse un corpo, questo film sarebbe un corpo deforme, in cui tutte le proporzioni sono sballate. Se fosse una casa avrebbe un tinello immenso e un salotto piccolissimo.
Angelina Jolie continua a raccontare gli orrori della guerra con buoni budget e pessimi risultati. Per Primo Hanno Ucciso Mio Padre perde tempo quando non dovrebbe e va velocissimo là dove dovrebbe concentrarsi, chiede allo spettatore empatia a tutti i costi ma non ha la decenza di crearla, di avvicinarlo alla storia o di convincerlo degli eventi. Come se partisse dal presupposto che quest’empatia esista già in tutti, si limita a mostrare quel che dovrebbe scatenarla. Non costruisce, non crea, non mette in scena nel senso proprio del termine, quel che fa è puntare la videocamera su una bambina che piange.
Paradossalmente il momento più sincero è quando racconta di una famiglia ricca che perde tutto.

5. Una Gita A Roma

Ci vuole un gran coraggio per manipolare i personaggi più difficili e delicati da trattare al cinema (i bambini) con il massimo della grossolanità. Tutti teneri e carini, educati e sempre benintenzionati, i bambini di Una Gita A Roma, sono colti e desiderano a tutti i costi visitare i musei, più di ogni altra cosa, ricevono in dono dei Pinocchio di legno (!) e girano per la città incontrando surrogati dei nonnini buoni. Sembra il format perfetto per una fiction di Rai Tre in onda il primo pomeriggio di un qualsiasi giorno feriale, ne ha anche lo stesso livello qualitativo, invece è un film che è andato al cinema.

4. L’Amore Criminale

Per fortuna alle volte i film peggiori sono anche i più esilaranti. È il caso di L’Amore Criminale, thriller psicologico tutto tra donne (donne sono le protagoniste, donna è la regista, donna è la sceneggiatrice e quello delle donne è il mondo girato) in cui il quoziente di luoghi comuni oscilla tra quelli dei vecchi thriller, quelli dei film di Adam Sandler e quelli dei Looney Tunes. Ma è tutto serissimo.
Strappato agli anni ‘80 come concezione (tutto coltellacci, tradimenti e abiti bianchi), pensato da qualcuno che ha visto pochissimi film negli ultimi 20 anni (c’è anche la scena in cui una delle due nemiche è tutta amorevole in pubblico poi appena qualcuno si gira dall’altra parte fa lo sguardo truce) e culminante nella più ovvia delle cadute dalle scale. Fosse stata una lunga puntata di una soap da ora di pranzo sarebbe stato un gioiello. Gli si vorrebbe quasi volere bene ma purtroppo non è proprio possibile.

3. Falchi

Qualcuno deve aver pensato che era una buona idea cavalcare il ritorno del cinema di genere duro all’italiana. E lo è. Tuttavia forse qualcosa è andata storta e l’idea si deve essere persa per strada. Falchi sembra concepito per essere molto duro e spietato, per essere un vero poliziesco ambientato a Napoli, in cui qualcuno della squadra Falchi (polizia in borghese e in moto) è combattuto tra onestà e crimine, tra vita privata e il rischio che corre per lavoro. Peccato che niente di niente sia credibile, che anche Fortunato Cerlino, che in Gomorra era il perfetto Pietro Savastano, qui sembri un attore con degli occhiali, che nemmeno le scene in moto abbiano una loro serietà tanto sono infarcite di un’enfasi e una coolness artificiose.
Falchi è tutto insincero. Non fa davvero il poliziesco, sembra proprio non avere idea di cosa è veramente bello nei polizieschi, cosa costituisce il genere, qual è la sua anima da cui non si può prescindere anche volendolo piegare. Quel che fa è virare subito sul cinema intimista, senza essere davvero duro ma preferendo sguardi sul mare in inverno e, cosa che lo qualifica come il peggio del peggio, ha anche l’arroganza di pretendere uno statuto d’autore là dove non raggiunge nemmeno quello di B movie.

2. Il Crimine Non Va In Pensione

Semplicemente in Il Crimine Non Va In Pensione non funziona niente.
Dovrebbe essere un film in cui vecchie glorie del cinema italiano interpretano persone anziane alla riscossa in una trama criminale un po’ cialtrona, come sono le commedie. In realtà già dal cast è tutto sbagliato perché non ci sono vecchie glorie (esclusi Stefania Sandrelli e Franco Nero) ma attori e attrici di terza fascia da Gianfranco D’Angelo a Gisella Sofio passando per Orso Maria Guerrini, Maurizio Mattioli e Ivano Marescotti. Ovviamente l’umorismo profuso sarà quanto di più “ospiziale” possa esistere, tarato su standard minuscoli per varietà e maiuscoli per ripetitività. Ovviamente non ci sarà nessuna voglia di raccontare una storia con l’aiuto delle immagini ma il cinema è concepito come quella cosa in cui si inquadra chi sta parlando in quel momento. Ovviamente sarà audace e rischioso come una partita a bingo, raccontato male, saltando passaggi importanti e lasciando per strada diverse questioni irrisolte nella trama.
Benché ci sia un gran senso di affetto generale, la fattura è quanto di meno perdonabile e più amatoriale sia possibile. Ci si stupisce che davvero qualcuno abbia convenuto che era una buona idea distribuirlo.

1. Lasciami Per Sempre

In cima alla classifica c’è questa fiera dei problemi da primo mondo in cui ogni personaggio ha delle frasi che sembrano prese da The Lady da pronunciare. A colpi di “Abbiamo un passato troppo tormentato per essere felici”, questo film di Simona Izzo è realmente convinto che le paturnie di famiglie altissimo borghesi siano tragedie indicibili che tuttavia questi uomini e donne passionali e fragili sopportano con forza e amore. C’è così tanta voglia di poesia in Lasciami Per Sempre che questa sfugge da ogni dove (paragoni con le onde del mare, essenze di profumo fatte a partire da lagrime, mani che si sfiorano sul pianoforte), c’è così tanta intensità nella vita della famiglia al centro degli eventi che tutti urlano di continuo e sono vittime di crisi continue, perché il film pare non sapere come altro fare a mettere in mostra la propria passionalità.
Qui non c’è nemmeno da incolpare chi ha scritto o chi ha diretto ma direttamente chi ha prodotto per non essersi interessato alla produzione, per non aver corretto, aggiustato o proprio fermato tutto per tempo.