Capita ogni tanto di imbattersi in qualcosa di così familiare e riconoscibile eppure contemporaneamente così particolare e fuori dai canoni che non è difficile riconoscere in esso la nascita di qualcosa di nuovo.

È capitato quest’anno alla Berlinale con La Terra Dell’Abbastanza, film italianissimo dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, che firmano i credits come “Fratelli D’Innocenzo”. È un’opera molto in linea con lo stile del cinema d’autore criminale degli ultimi anni, ma contemporaneamente piena di elementi di novità e soprattutto girata, scritta e interpretata benissimo. È l’opera a tutti gli effetti di due esordienti che si muovono come due maestri. Che sia un esordio quindi è semplicemente incredibile.

Ma se il film è una sorpresa di quelle che capitano di rado in questo lavoro (specie parlando del solo panorama italiano), incontrare i fratelli D’Innocenzo è quasi più incredibile. I due sono gemelli e completano l’uno le frasi dell’altro (per questo qui non abbiamo riportato chi dice cosa, sarebbe stato impossibile), hanno un background romano e un’intelligenza vispa. Sembrano usciti dal nulla e invece avevano già iniziato a mettere le mani nel cinema e nella serialità italiana.

Siete piombati così con un film fatto e finito, senza nessun altro credito prima. Cosa facevate prima di iniziare a girare La Terra Dell’Abbastanza?

“I giardinieri”

Da quanto avevate questa storia nel cassetto?

“Da almeno 5 anni. Ma non era la sola, scrivevamo più di quanto non facciamo ora, abbiamo 10 sceneggiature che un giorno rivenderemo, quando non avremo più niente da dire [ridono ndr]. Non avevamo neanche provato a piazzarle e non sono necessariamente buone per noi, da sempre dividiamo quelle che possiamo girare noi e quelle che possono girare gli altri. Molte le abbiamo scritte su commissione ad esempio, sono serie tv per Indiana, per Leone Film Group e per Lucisano. Al momento mi sa che non possiamo dire i titoli perché non sappiamo se partiranno mai”.

Come lavorate sul set, chi si occupa di cosa?

“Entrambi facciamo tutto, così 5 ore di set ci valgono come 10, perché contemporaneamente parliamo con diversi reparti. Ci confrontiamo moltissimo tra di noi così da essere d’accordo ma in linea di massima concordiamo e la pensiamo quasi sempre allo stesso modo su tutto, che è un problema più che altro con le ragazze [ridono ndr]”

Il film ha trama criminale ma soprattutto è la storia di due amici stretti che si trovano alle prese con eventi incredibili che trattano come fossero ordinari, a voi di tutto questo cos’era che vi interessava davvero raccontare?

“L’amicizia, è proprio un film sull’amicizia e sulla predisposizione alla sconfitta, poi c’è l’idea dell’incidente scatenante e tutto il resto, ma ci premeva la disillusione che volevamo mettere in scena in maniera astratta, senza didascalie”

Per essere la prima sceneggiatura che tramutate in film il racconto è fatto benissimo, non ha i difetti tipici dei primi film…

“Eh perché abbiamo raccontato tantissime cazzate [ridono] niente ‘centro sperimentale’ per noi. Quando racconti le cazzate devi essere preciso, la storia deve avere il suo arco, il plot point… Non è facile”.

Non avete fatto corti, non avete girato nulla di professionale prima, come avete trovato subito un look così preciso e coerente?

“Considera che siamo fotografi, siamo affascinati dall’audiovisivo e in qualche modo abbiamo questo linguaggio dentro da sempre. Già da bambini disegnavamo ed è una predisposizione ad inquadrare e circoscrivere. Lo stile poi viene anche da Paolo Carnera, il direttore della fotografia che lavora con Sollima, considera che ad esempio un film come La Vita Sognata Dagli Angeli è un punto di riferimento per noi, in più abbiamo usato lenti anni ‘70 che perdevano pure un po’ il fuoco. Alla fine è un film miope in cui perdi anche tu un po’ il fuoco, inquadrato da vicino per leggere dentro ai personaggi, farci sentire come vivono gli eventi è anche più importante degli eventi stessi”.

I dialoghi del film sono perfetti, molto cuciti sui personaggi, perfettamente credibili, mai artificiosi, lavorate d’improvvisazione o li concordate con gli attori poco prima delle riprese?

“No, anzi. Non abbiamo cambiato una virgola dalla sceneggiatura, sono stati bravissimi gli attori a interpretarli così spontanei. Vediamo tantissimi difetti nel film ma non nei dialoghi. Solo uno non mi piace e ogni volta che passa chiudo gli occhi. Io invece [parla l’altro ndr] non sopporto quando Mirko fa un’operazione con un marocchino e si vede una FIAT Punto lì che è bruttissima, volevamo cancellarla in postproduzione ma costava quanto tutto Il Racconto dei Racconti….”

Ma girando nei luoghi veri alla fine ti devi adattare come fate ad essere perfezionisti?

“Eh no! Non ci adattiamo, perché prepariamo benissimo con il nostro location manager, che poi è lo stesso che lavora con Matteo Garrone, scegliamo tutto accuratamente. Si vede ad esempio nella prima scena a Ponte di Nona, con quei palazzi colorati che pare Tim Burton e quella macchina che pare un giocattolo. Poi accadono pure cose improvvisate sul set eh, ma siamo perfezionisti”.

Avete citato due volte Matteo Garrone, siete legati a lui?

“L’abbiamo incontrato ad una cena in cui ci avevano portato e l’abbiamo subito abbracciato. Lui è un idolo per noi. Gli siamo stati simpatici e un po’ ci ha adottato. Ha chiesto il nostro parere per alcune cose di Dogman e poi ci ha un po’ aiutato suggerendoci persone con cui lavorare. È un grande. Lui ci ha insegnato che il cinema è molto più concreto di quel che pensiamo, l’abbiamo visto mettere le puntine su un tabellone in cui segna tutto di Dogman e pensa che quelle le deve proprio mettere lui, non ce lo faceva fare a noi, le mette lui perché le mette meglio.”

Ma il film a che produttore l’avevate proposto?

“Prima a Gianluca Arcopinto che anche per comunione di gusto per noi è il massimo. Ma era complicato, perché eravamo giovanissimi e Gianluca aveva tanti altri autori che seguiva. Poi abbiamo incontrato Agostino Saccà a teatro, lui è una persona molto colta e intelligente. Gli abbiamo lasciato il copione, l’ha letto la notte stessa e il mattino dopo alle 7 ha chiamato il nostro agente dicendo che il film si sarebbe fatto e così 4 mesi dopo eravamo sul set”

È stato difficile trovare i due attori protagonisti?

“Non per entrambi. Andrea Carpenzano ci ha colpito subito perché è uno stampellone alto che già recitava al provino senza che gli dessimo direzioni. Per il ruolo di Mirko invece è stato più difficile, perché per tutti i provinati c’era qualcosa che non andava, poi è arrivato Matteo Olivetti ed era incredibile, più che come recitazione mozzicava vita, aveva 27 anni e una fanciullezza data da una specie di incedere goffo, quello tipico di chi poi va sicuramente a sbattere. Ma poi che coppia che sono! Uno con gli occhi azzurri e l’altro tutto nero, pensavamo sempre a Midnight Cowboy, Hoffman / Voight, le coppie vere proprio”.

Invece Luca Zingaretti com’è venuto?

“Avevamo scritto un copione e glielo avevamo mandato qualche anno fa, lui ha provato a mettere in piedi la produzione e non c’è riuscito e se non c’è riuscito lui vuol dire che faceva proprio cacare AHHAAHAH!
Poi per questo film è stato lui a mandarci un messaggio su WhatsApp “Ma come?? Fate un film e non mi chiamate?”. Ha fatto un lavoro bellissimo di sparizione qui, dà una grandissima credibilità al personaggio, una che gli altri attori che avevamo provinato non portavano”.

Sembrate innamorati della roba da mangiare che esce dalla bocca delle persone, delle salive e dell’atto di masticare. Si vede bene nella scena iniziale che è una bomba per come ti tira dentro lo stile del film, insieme a loro che masticano e parlano, scherzano…

“Sì sì lo volevamo proprio, l’abbiamo rifatta 4 volte e alla fine i due attori hanno vomitato, c’abbiamo il video guarda [tirano fuori il video dal cellulare in cui tra le risate generali i due attori effettivamente vomitano ndr]. Ci interessa proprio il cibo, in questo film c’è un sacco di cibo, tutte le cose importanti avvengono intorno a del cibo”.

Siete i tipi che girano l’essenziale o avete molte scene eliminate?

“La prima stesura durava 3 ore, con Giuliana Sarti poi l’abbiamo ridotta di molto e poi ancora tanto altro l’abbiamo eliminato con Marco Spoletini, il montatore di Matteo Garrone ma anche di Alice Rohrwacher, che come fa con loro anche con noi si è messo il camice e ha iniziato a dare forma nel film.
Le scene in più saranno tutte nel DVD che alla fine costerà per forza tipo 25€ [ridono ndr]”

Cosa vi piace degli ultimi anni del cinema italiano?

“Beh a parte Garrone anche tanto Alice Rohrwacher, Jonas Carpignano, Pietro Castellitto (che uscirà come autore, è uno scrittore straordinario), Pietro Marcello e Minervini

Il film si apre con un sax pazzesco da noir anni ‘40, una cosa disperata che annuncia che tutto non potrà che andare malissimo…

“Sì, viene da una band tedesca jazz degli anni ‘70, scoperta su YouTube, ci abbiamo scritto il film sentendola, e poi le altre musiche originali le ha fatte Toni Bruna, che è un falegname triestino che andò in finale al premio Tenco. Lui canta anche in triestino ma qui non serviva, noi preferiamo usare la musica come sound design, poi questo non è un film che ha bisogno di molto commento…”

Ma davvero non avevate girato nient’altro prima di La Terra Dell’Abbastanza?

“In realtà c’è una cosa, ma è un progetto a lunga scadenza. Cinque anni fa a Los Angeles abbiamo iniziato un progetto che finiremo a 50 anni credo, non ne possiamo parlare ma è una cosa che vogliamo portare avanti, tutto flusso di coscienza e tutto in soggettiva. Vogliamo farlo in diversi momenti della nostra vita, senza cadenza regolare, come un mixtape musicale, potrebbe uscire domani come tra 50 anni”