Per quanta strada tu possa fare nel settore dell’informazione cinematografica, per quanto grandi possano essere i numeri del network web per cui lavori, avere la possibilità di ritrovarsi a passare un quarto d’ora al telefono con Robert Zemeckis non è una cosa così scontata.

Anzi.

D’altronde parliamo “solo” del regista dei tre capitoli di Ritorno al Futuro, di Forrest Gump, di Chi Ha Incastrato Roger Rabbit?, di All’Inseguimento della Pietra Verde, di La Morte ti Fa Bella, di Cast Away.

Robetta.

Quelle situazioni in cui – se hai visto per almeno 50 volte ogni singolo episodio della saga di Back to the Future e hai tenuto nel portafoglio come portafortuna per circa 20 anni un portachiavi metallico di Roger Rabbit trovato in regalo in una qualche rivista per bambini nel 1988 – l’ansia viene a farti “pat-pat” sulla spalla con una certa insistenza.

Caso vuole che l’italianissima madre del regista premio Oscar nato a Chicago nel 1952 sia nata illo tempore nella mia stessa regione, le Marche ad Arquata del Trono per la precisione.

Una delle gemme dei Sibillini che, purtroppo, è stata rasa al suolo dai terremoti del 2016.

Ed è proprio da questo piccolo particolare in comune che comincia la chiacchierata fatta a margine dell’arrivo online del trailer italiano del suo nuovo film, Benvenuti a Marwen, in arrivo nelle nostre sale a gennaio del 2019.

AB: Salve Mr. Zemeckis è un onore avere la possibilità di parlare con te.

RZ: Piacere mio!

AB: Peraltro sono della stessa regione che ha dato i natali a tua madre, sto a 90 minuti di macchina da Arquata del Tronto.

RZ: Oh, sei marchigiano? Sei delle Marche?

AB: Sì, anche se purtroppo due anni fa Arquata del Tronto è stata rasa al suolo da un terremoto.

RZ: Purtroppo, sì, lo so…

AB: Ma bando alla tristezza. Parliamo del tuo nuovo film, Benvenuti a Marwen.

RZ: Con piacere.

AB: Mi chiedevo, perché, quasi per la seconda volta di fila, hai deciso di raccontare una vicenda che, in un certo qual modo, era già stata narrata tramite un documentario?

RZ: Beh, quello che ti posso dire è che ho visto il documentario e ho subito pensato che fosse una storia magnifica, perfetta per essere “dramatizzata” per il cinema. L’aspetto straordinario del documentario era appunto il suo essere basato su un fatto realmente accaduto. Con un film si può estendere la portata narrativa del documentario, specie per quel che riguarda le storie che accadono nell’immaginazione del protagonista, nella sua testa. E questo è un elemento sul quale il cinema, i film riescono a lavorare meglio di qualsiasi altro mezzo di comunicazione.

AB: Fino a ora abbiamo visto solo il trailer domestico e, proprio con questa intervista, stiamo celebrando l’arrivo del trailer internazionale. Comunque abbastanza per capire che l’aspetto visivo del film si prospetta fantastico. Come hai lavorato all’integrazione degli elementi live action con quelle… bambole digitali? Hai usato la motion capture?

RZ: Sì, abbiamo usato la motion capture e, come immagino saprai già, questa tecnologia implica il fatto che gli attori e le attrici interpretano davvero quello che poi, sul grande schermo, arriverà sotto forma di effetto speciale. Tutti i movimenti, le sfumature interpretative vengono riproposte dagli avatar digitali. Ed è per questo che appare così bello da vedere perché tutto quello che gli e le interpreti fanno, ogni più piccola sfumatura delle varie espressione facciale, ogni gesto, viene ripresentato con precisione sullo schermo. Quella di Welcome to Marwen era una storia ideale per l’implementazione di certe tecnologie.

AB: Il film dialoga in maniera aperta con un tema molto attuale come il superamento di un trauma derivante da un crimine d’odio. Mi pare che ora come ora la situazione in tal senso sia abbastanza critica tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. È compito del cinema aiutare le persone a comprendere che potrebbe essere semplice vivere tutti in santa pace una volta preso atto che basterebbe rispettare sempre il prossimo, differenze incluse? 

RZ: Sai, si tratta di un’idea molto articolata da esprimere attraverso l’arte. Quello che fa l’arte, e intendo ogni forma d’arte cinema compreso, è rendere accessibile e comprensibile in maniera più diretta quello che accade nelle nostre vite, lato emotivo incluso. E, in un certo qual modo, anche quello che succede in ambito politico. L’arte, gli artisti fanno tutto ciò da sempre: con le loro opere rendono “più semplici” e accessibili degli argomenti complessi.

AB: Penso da sempre che Steve Carell sia un attore sensazionale, ha uno sguardo che riesce a comunicare divertimento, gioia, speranza, un pizzico di follia, ma anche un certo grado di tristezza e dolore. E per questo mi sembra perfetto per un film come questo. Come mai hai pensato che fosse lui la persona giusta? Come l’hai convinto a partecipare?

RZ: Condivido ogni singola parola che hai detto a proposito di Steve. Sai, lui ha quella qualità che noi americani chiamiamo “everyman quality”, le qualità dell’uomo comune. Lui è in grado… è un attore così fantastico, tanto da essere perfettamente in grado di comunicare il dramma, il pathos, può suscitare un vero e proprio dolore emotivo e con un personaggio come quello del capitano Hogie (la versione “bambola” della sua controparte cinematografica, ndr.) può anche donargli, con autentica convinzione e credibilità, una buona dose di spavalderia e senso dell’umorismo. È l’attore perfetto per questa parte ed è il primo a cui ho pensato. Gli ho semplicemente spedito lo script, lo ha letto e ha detto “Ci sto, mi piacerebbe molto prendere parte a questo film!”. Ed eccoci qua!

AB: Segui da vicino il marketing delle tue pellicole? La realizzazione e diffusione di trailer, locandine, tutte queste robe qua…

RZ: Lo faccio, ma senza avere la pretesa di essere un esperto. Il marketing cinematografico è qualcosa che mi ha sempre lasciato perplesso in un certo qual modo. O meglio, le mie idee il più delle volte non vanno mai bene [ride, ndr.]. Insomma, la considero una forma d’arte a suo modo, che sono solito seguire da vicino senza cercare di imporre la mia voce perché proprio è un settore che non capisco pienamente.

AB: Negli anni ’80 e ’90 uscivano 4, 5 blockbuster all’anno, adesso 4 al mese e gli studios sono sempre alla ricerca di un nuovo franchise di successo da lanciare. Può essere difficile anche per Robert Zemeckis convincere una major a scucire soldi per un film così peculiare come Welcome to Marwen?

RZ: Lo è, eccome se lo è. È un vero e proprio miracolo l’essere riuscito a fare questo film. Oggi come oggi è davvero complicato, per lo meno nel sistema delle grandi major, dare vita a pellicole basate su delle idee originali. E con questo intendo un film che, per usare i termini che adoperiamo a Hollywood, non abbia un “pre-sold title”, un titolo che si vende già da sé. Sai, da un certo punto di vista è una cosa che mi preoccupa… come dire… se non troviamo storie originali da raccontare, come facciamo a sapere da dove può nascere il prossimo franchise?

AB: Parlando di franchise, per un po’ sei sembrato essere in corsa per la regia di un cinecomic, poi tutto si è risolto con un nulla di fatto. Sei uno dei padri del moderno pop-cinema per cui qual è la tua opinione sui cinecomic? Nel caso, ti vedresti meglio alla regia di un cinecomic DC o di uno dei Marvel Studios?

RZ: Mi dedicherei a qualsiasi progetto che in grado di attrarmi. E per progetto capace di attrarmi intendo qualsiasi pellicola che richieda un vero e proprio approccio “autoriale”, la visione specifica del filmmaker che deve dirigerlo. Lo stampo personale e unico del regista che viene ingaggiato. Se ci fosse spazio di manovra in tal senso in un film basato su un fumetto non avrei alcun problema a lavorare a un cinecomic. Quello che non mi andrebbe di fare è lavorare a un progetto dove ti ritrovi ad avere a che fare con cinque o sei registi interscambiabili fra loro.

AB: Un paio di giorni fa Christopher Lloyd ha parlato con un outlet di Phoenix e si è detto interessato a tornare in un ipotetico Ritorno al Futuro 4 basato su una valida idea di Bob Zemeckis e Bob Gale. So bene che nel 2015 hai del tutto escluso la possibilità di un remake, ma magari in questi tre anni ti sei mai ritrovato a pensare a un nuovo episodio? D’altronde l’eredità di Ritorno al Futuro è così forte, Steven Spielberg ha da poco fatto un film basato su un libro in cui certi elementi della saga giocano un ruolo così importante…

RZ: Non ci sarà mai e poi mai e nella maniera più assoluta un Ritorno al Futuro 4. Non ci saranno più altri Ritorno al Futuro.

AB: Condivido la tua posizione.

RZ: Grazie, lo apprezzo molto.

Zemeckis, dopo una lunga, interessante pausa dal cinema live action in cui con la sua ImageMovers si è dedicato principalmente – e con fortune alterne – al cinema in motion capture, è tornato a proporre lungometraggi “canonici” dal 2013 con l’acclamato Flight. Poi sono arrivati The Walk, ispirato alla vita di Philippe Petit, il noto funambolo francese, le cui imprese erano già state raccontate dall’acclamato documentario Man on Wire e Allied, con la coppia Brad Pitt e Marion Cotillard.

Il suo prossimo progetto, Welcome to Marwen, è basato sul documentario del 2010 Marwencol, diretto da Jeff Malmberg.

Prodotto da Universal Pictures, il film è incentrato sulla storia vera di Mark Hogancamp, che passò nove giorni in coma e 40 giorni in ospedale dopo essere stato quasi ucciso a botte da cinque uomini, riportando danni cerebrali. Iniziò quindi a costruire un enorme modellino di una città dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale come terapia. La città era popolata da bambole che raffiguravano lui, i suoi amici, i suoi amori e i suoi aguzzini.