IL 20 OTTOBRE DI 30 ANNI FA USCIVA IN ITALIA BATMAN DI TIM BURTON

Quando Michael Keaton tiene un criminale nel vuoto, nella prima scena del film in cui compare, questo gli chiede “Cosa sei?” e lui risponde “I’m Batman”, sta modificando la sceneggiatura, in realtà doveva dire “Io sono la notte”. Quella frase diventò tuttavia una delle battute più iconiche del film, ebbe una forza e una potenza immediate e nel successo clamoroso che fu quell’esordio di Tim Burton nelle grandi produzioni giocò un buon ruolo.

E a ragione, perché dice molto di quel che c’è da dire su ciò che quel film ha cambiato nel mondo del cinefumetto, non solo perché è la frase da cui in linea di discendenza diretta arriva la medesima “I’m Batman” di Batman Begins per non dire “I am Iron Man” di Robert Downey Jr. (altro punto fondamentale della storia del genere), ma perché fa un’affermazione sull’identità. E l’identità in quel momento diventava il punto fondamentale di molto cinefumetto, da che era solo un orpello.

Nel 1989 Batman seguiva i Superman di Richard Donner piegandone molte delle idee e dando una fortissima spallata verso il fumetto. Se Donner aveva calato Superman a New York e gli aveva dato un incredibile realismo, Burton voleva l’esatto opposto, voleva calarlo proprio nel fumetto, voleva luci, colori, palazzi, abbigliamenti e toni impossibili, lontani, esotici ed evocativi, voleva il massimo dello stilizzato, del pittorico e del suggestivo. Era una rivoluzione potentissima e rischiosissima a suo modo, perché il personaggio era ovviamente molto amato e non aveva mai avuto una versione cinematografica all’altezza della sua fama e delle sue caratteristiche. Così rischiosa che al solo annunciare cast e troupe arrivarono alla Warner 50.000 lettere di protesta (no click, ma lettere scritte, imbustate, affrancate e spedite, proprio un altro livello di rabbia) perché era stato scelto il regista di Pee Wee’s Big Adventure, che stava per uscire al cinema con un’altra commedia: Beetlejuice. E ancora più rabbia e indignazione la suscitò che avesse scelto un attore di commedia per il ruolo protagonista! Ci pensi un attimo chi critica a priori la scelta di Robert Pattinson.

Per questo la Warner mise in piedi una delle campagne marketing pre-uscita più clamorose di sempre. Fatta di merchandising, teaser e tutto quello che oggi consideriamo abituale ma allora era (parzialmente) inedito. Il film fu un successo anche per questo, ma è evidente che il twist che Burton diede ai cinefumetti è ciò che l’ha stampato nella memoria collettiva al di là degli incassi di quella stagione.
Il gioco sull’identità era cruciale perché Bruce Wayne in questo film è più presente di Batman e ha più problemi di Batman, perché Joker è più presente di Batman ed è stato creato da Batman dopo che lui, nel passato, ha creato Batman uccidendogli i genitori. Burton cambia molto del rapporto tra i due e li rende inconsapevoli della rispettiva influenza (Joker fino alla fine non sa di avere generato Batman, Bruce Wayne non sa di averlo spinto nelle scorie chimiche) in modo che siano totalmente interdipendenti. La seconda identità di ognuno è causata dall’altro e quella seconda identità, seguendo la poetica di Burton è quella che li libera e li svincola dalle regole tarpanti della società.

Joker era un artista incompreso che in seguito all’incidente viene alla luce come un artista del crimine (The Killing Joke che Burton, da non amante dei fumetti, amava), Batman un individuo grigio, poco appassionante come miliardario, che trova un modo di essere se stesso nel buio e mascherato. Con il senno di poi è davvero il lavoro perfetto per Tim Burton (ma in realtà molti altri furono considerati prima di lui da Joe Dante a Ivan Reitman). Proprio quest’enfasi sulla doppia identità è ciò che il film ha cambiato per sempre. Prima i film dei supereroi erano sulle avventure degli eroi, sulla difficoltà di Superman di salvare il mondo o i suoi cari, non sul tormento delle loro vere identità, erano sul personaggio in costume e non su quello in borghese. Burton e Keaton hanno fatto in modo che da Batman in poi contasse soprattutto la persona e i suoi tormenti (come sulla carta stampata del resto), come nasce il suo eroismo e le dicotomie che quella nascita gli pone sulle spalle.

Batman di suo è uno degli eroi più tormentati in assoluto, ovviamente, ma non era sempre stato così, Bruce Wayne (al cinema) era considerato un pagliaccio, una specie di facciata da non approfondire, invece Tim Burton scrive quella scena nell’appartamento di Vicki Vale in cui incontra Joker senza poterlo affrontare e fatica tantissimo a confessare la sua identità segreta alla donne che ama. È un momento fortissimo, illuminato con luce naturale, senza grande azione ma nel quale c’è un uomo tormentatissimo, potente e impotente al tempo stesso. È una scena che colpisce perché l’eroe senza maschera non riesce a fare una cosa semplice ed è dilaniato da questo, quegli abiti normali sono una specie di camicia di forza mentre Joker è libero.

Più di tutti gli altri momenti è in quel “Batman. Batman.” detto senza far uscire la voce parlando a nessuno che esce il vero regista, cioè la capacità di generare un’immagine che parli di universi interi di significato, si stampi nella memoria di tutti e dialoghi con ogni spettatore in maniere diverse, risvegliando ed evocando in lui qualcosa. Un grido muto che chiede comprensione, un desiderio di aprirsi autofrenato.
Michael Keaton fu così bravo che invece di soccombere in un ruolo per il quale non aveva il fisico, fondò il supereroe con un corpo normale e un’apparenza dimessa che poteva poi sbocciare nel costume. Non ci sarebbero mai potuti essere Tobey Maguire o anche Robert Downey Jr. come scelte per interpretare eroi se non fosse stato per quell’esempio.

Ironicamente un film così disegnato, pianificato e costruito come questo (in cui tutto fu costruito da zero negli studi di Londra, inclusi modellini della città in cui far volare il Bat-Jet) il finale sulla torre fu una scelta azzardata fatta all’ultimo e frutto di tante volontà diverse. Nicholson e uno dei produttori erano andati a teatro a vedere Il Fantasma Dell’Opera e volevano a tutti i costi il finale all’ultimo piano, con quel tipo di melodramma. Kim Basinger si presentò sul set punto e basta, perché sì, perché riteneva che il suo personaggio dovesse stare lì in quel momento. Infine Michael Keaton, ad un certo punto, girando una delle scene in cui sale le scale chiese a Tim Burton: “Ma perché sto salendo le scale? Dove sto andando?” e Burton gli rispose: “Non lo so, ce ne occuperemo quando sarai in cima”.
La scena alla fine fu risolta con il fumetto, optando per un finale classicissimo da eroe contro minaccia, in un film che poi è tutto tranne che classico, un piccolo miracolo.

Il film successivo avrebbe aggiustato a martellate le poche cose che non andavano, aumentato il budget e il potere decisionale di Tim Burton, risultando nel modello aureo del proprio genere stampato su pellicola perché tutti lo potessero imitare. Ma è in questo primo Batman, istintivo e pieno di rischi, un vero salto nel vuoto di grande personalità che sta la svolta.

Fu un successo certo, con quella campagna di pre-marketing diventò il più grande incasso di sempre per la Warner (lo supererà 12 anni dopo il primo Harry Potter), il primo film a incassare 100 milioni di dollari nei primi tre giorni, il più grande incasso dell’annata. Ma fu soprattutto il primo esempio di film che cercava di creare un nuovo linguaggio che incrociasse quello dei fumetti a quello del cinema. Alla faccia dei grandi (in certi casi grandissimi) mestieranti che hanno girato cinefumetti, non c’è da stupirsi se ci è invece voluto un vero autore del cinema per far fare al genere il salto nella modernità e iniziare a fondare un nuovo linguaggio per un nuovo pubblico. Quando non c’erano ancora tutte le tecnologie giuste Tim Burton mostrava a tutti come i fumetti di supereroi potevano diventare film, come si potevano trovare dentro di essi strade personale, come potevano (anche sul grande schermo) parlare di noi mentre saltano, volano e menano.

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