Con l’Oscar a Parasite, la grande corsa del cinema asiatico arriva al suo apice. Dagli anni ‘80 non ha fatto che crescere. Prima Hong Kong assieme all’ondata di animazione giapponese (anche se quella nazione erano decenni che già produceva cinema di rilevanza mondiale), poi la Cina mandarina negli anni ‘90 che si è affiancata ad Hong Kong e verso la fine del decennio ha cominciato ad emergere il cinema coreano che non ha fatto che crescere e diventare sempre più solido negli anni 2000, fino a che il suo ultimo maestro (in ordine di tempo), Bong Joon-ho non è arrivato là dove tutti gli altri lo hanno sospinto. Ma ci sarebbe da dire anche di quanto sia cresciuto negli anni ‘10 il cinema indonesiano, quello tailandese e, nel giro festivaliero, quello filippino. Prima non esistevano, ora sono ospiti ricorrenti dei festival maggiori.

Nello specifico il cinema coreano negli anni ‘00 era stato una colonna delle prime forme di download illegale (l’unico modo all’epoca di approvvigionarsi) e negli anni ‘10 un punto fermo dei festival, gli unici luoghi capaci di mostrare e apprezzare tutti questi germi. Parasite era a Cannes, lo ha vinto Cannes. Giusto così, non va dimenticato chi è oggi che ancora scopre talenti, film e tendenze. I festival.

La vittoria di Parasite va quindi letta ricordando cosa sia successo negli ultimi 40 anni ma anche tenendo presente la sua eccezionalità, uno dei pochi film nella storia del cinema capace di piacere a chiunque lo veda, capace di attraversare qualsiasi target, qualsiasi paese e qualsiasi forma mentis. Come fosse un’opera dello Spielberg giovanile in cui l’affetto più basico è sostituito dalle più basiche idee riguardo la giustizia e l’ingiustizia sociali, sempre e comunque retto da una tecnica cinematografica così sofisticata che rende i sottotesti evidenti come i dettagli più superficiali tramite il linguaggio subliminale delle immagini e non tramite quello volgare delle parole e delle sentenze.

Ma se è vero che Parasite è eccezionale e unico, non replicabile di certo, è anche vero che un film così eccezionale qualche anno fa difficilmente avrebbe fatto questa strada.

Negli ultimi 10 anni circa, a partire dal 2009, gli Oscar hanno premiato un film britannico che parlava di India, con personaggi indiani, un film francese muto (che parlava di Hollywood) e diversi film diretti da registi messicani, fino adesso a un film coreano in lingua coreana, il primo ad aver vinto il premio per il miglior film pur avendo i sottotitoli (barriera gigantesca per il pubblico americano).

Hollywood è sempre stata un’industria mondiale, ma se fin dagli anni ‘20 attirava talenti stranieri per mangiarli, sputando chi non riusciva ad adattarsi e facendo propri tutti quelli che invece riuscivano a mettere il loro genio al servizio degli studios e delle storie americane, adesso sembra stia per la prima volta guardando anche fuori dai propri confini riconoscendo storie messicane, storie indiane e storie coreane.

In questo senso l’Oscar a Parasite non cambierà niente. Niente di niente. Ma è invece la dimostrazione che qualcosa stava cambiando già da prima e che la prospettiva di un cinema mondiale è sempre più reale. Lenta ma reale. In Italia il mercato interno non basta più alle produzioni e chiunque abbia ambizioni superiori al milione di euro si sta attrezzando per produrre “per l’estero”, in altri paesi europei la situazione o non è diversa o è già così da qualche anno. Hollywood ha da tempo destinato una parte della propria produzione al resto del pianeta (Cina in testa), abbassando il tasso di specificità locale, aumentando i personaggi e riducendo al minimo comun denominatore ogni interazione e dinamica così che vadano bene per chiunque.

 

Non sfugge ovviamente a nessuno che questa apertura alla produzione straniera abbia in realtà nella televisione il suo vero alfiere. È grazie alla maniera in cui le serie circolano, grazie al modo in cui abituano il pubblico ai sottotitoli, a storie e personaggi anche molto lontani da noi, alla maniera in cui hanno spostato l’asse dei buoni contenuti, dimostrando con i fatti che possono venire da dovunque, che il cinema anche coreano gode di maggiore credibilità e che l’Academy non trova fuori dal mondo votare Bong e non Mendes o Tarantino.

Questo insomma non è un infantile sogno mondialista ma una realtà che sta diventando sempre più vera sotto i nostri occhi. Alimentata dalla serialità, benedetta dalle piattaforme di streaming che sono felici di non avere nazionalità. Non è un cambio veloce, ma lentissimo, non è un cambio radicale ma si affianca a tutte le dinamiche che conosciamo.

Tuttavia sta succedendo.

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