Fino al 19 aprile è acceso Sky Cinema DreamWorks, dove potete vedere tutti i migliori film dello studio d’animazione (disponibili anche on demand sulla piattaforma e su Now Tv), tra cui Kung Fu Panda e Kung Fu Panda 2. Nel nostro speciale troverete tutti i video, le curiosità e gli approfondimenti!

Kung Fu Panda non è un film d’animazione come gli altri, nonostante faccia di tutto per sembrarlo.

Buona parte del suo successo e della sua forza, c’è poco da girarci intorno, sta nella capacità che aveva (e ha tutt’ora) di “fare il cartone” in anni in cui l’animazione cercava l’opposto. È plastico, mobile e ha un irresistibile umorismo fisico tanto quanto di parola. Mentre la Pixar insegnava a tutti un’animazione più o meno “realistica”, una che aspira ad essere film, in cui i corpi non si deformano e i tratti somatici non vengono esasperati, ma anzi viene mantenuta una forte aderenza con la realtà impostata all’inizio. Kung Fu Panda invece usava la medesima tecnica di animazione digitale per riportare l’animazione alla morbidezza e plasmabilità dei corpi originale. E questo lo rendeva e rende immediatamente liberatorio e divertentissimo. Ma sotto c’è qualcosa di più strano che batte, una doppia filosofia che al tempo stesso crede e non crede in quel che afferma.

Kung Fu Panda era il primo lungometraggio animato di peso di Mark Osborne, a cui lo studio aveva affiancato un più ordinario e inquadrato Jonathan Stevenson. L’unione dei due (uno più autoriale, indipendente e più duro e puro, l’altro più abituato ai canoni delle major hollywoodiane) creava un ibrido che poi i sequel, a parità di sceneggiatori (Jonathan Aibel e Glenn Berger) non hanno più saputo creare.

Nonostante infatti il film sia imbevuto del misticismo marziale cinese classico, quello del trovare se stessi, dell’elevazione dello spirito e del combattimento come forma di innalzamento, ne è al contempo una parodia che canzona quella filosofia fino proprio ad annullarla e negarla. Nonostante sia la più classica traduzione annacquata di filosofie e idee orientali per un pubblico americano che non ha voglia di comprenderle ma solo di farsi conquistare dalla stranezza e dall’esotismo (possibilmente vedendo confermato ciò che già pensa), al tempo stesso afferma di non crederci per niente e le derubrica come illusione.

Kung Fu Panda è insomma un film centrale per capire il rapporto che Hollywood ha con le filosofie e con l’esotismo in genere, perché al contrario di altri questo rapporto lo espone e ci costruisce una gran parte del suo straordinario fascino.

La storia è quella canonizzata da La 36esima Camera dello Shaolin, il film di arti marziali che ha creato la struttura poi usata da tutti. C’è un personaggio esterno alle arti marziali che prima viene umiliato e si trova isolato dal mondo cui vorrebbe appartenere, in buona sostanza prima viene menato, cioè subisce il kung fu, poi un maestro lo prenderà sotto di sé e attraverso un allentamento duro gli insegnerà delle nuove mosse. L’importante è che il protagonista sia prima ridicolizzato ma poi nell’allenamento trovi il rispetto dei suoi pari. Ed è importante che l’allenamento sia incredibilmente crudo e poco convenzionale (un’idea che Stallone prese e filtrò per Rocky, rendendola mainstream per gli americani: un allenamento durissima ma stavolta autoimposto da un self made hero).

Il panda Po è tutto questo, si umilia davanti agli altri, è disprezzato nel suo tentativo ma viene anche scelto e si allena in modi duri e non convenzionali, aderendo in pieno all’etica insegnata dai modelli originali cinesi. Al tempo stesso però è anche il classico outsider americano, messo ai margini da un’apparenza fuori dai canoni stabiliti per i guerrieri (se non proprio ad una categoria animale ghettizzata) e il film intende elevarlo infondendogli l’etica statunitense della volontà individuale e della predestinazione.
Dopo che il film ha seguito una prima scuola filosofica, fatta di addestramenti, fiducia nella tradizione (le profezie) e negli insegnamenti, vira di colpo. Quando il padre di Po gli spiega che deve avere fiducia in sé fa scivolare in film in territori molto più comuni all’animazione americana e ci aggiunge un passo in più, spiegandogli che l’ingrediente segreto dei suoi piatti (quello che li rende così famosi e speciali) non esiste. Quella è un’epifania per Po.

Tutto il film fino a quel momento ha stabilito una metafora cibo/arti marziali, Po impara le arti marziali quando riesce a farle coincidere con la sua passione per il cibo, e quando il padre gli rivela che non c’è nessun ingrediente segreto, basta dire che c’è e la gente si convince del fatto che il piatto è speciale, lui capisce che questo vale anche per lui: credere in se stessi è il passo fondamentale per raggiungere i propri obiettivi. E del resto vincerà proprio perché solo lui, con la sua conformazione fisica è immune agli attacchi di Tai Lung.

È la teoria della profezia autoavverantesi: una profonda convinzione influenza le azioni e fa in modo che quella convinzione, anche se basata sul nulla, diventi vera. Detto in altre parole: agire in una direzione convinti che il risultato sia già ottenuto, fa sì che quel risultato lo si ottenga sul serio e di fatto fa avverare quella profezia iniziale, poco importa che fosse reale o meno.
Quest’idea della profezia autoavverantesi è totalmente integrata nel film, tanto quanto la filosofia marziale orientale. È infatti il grande maestro Oogway ad avere una visione dell’evasione del grande e pericoloso villain Tai Lung, quello la cui minaccia rende necessario l’addestramento di un nuovo guerriero, e proprio per sventare quella visione vengono presi provvedimenti che causeranno l’evasione stessa. Non ci fossero stati quei provvedimenti non ci sarebbe stata evasione e quindi il bisogno di un nuovo guerriero.

Le due scuole filosofiche però non convivono in Kung Fu Panda. Una, quella del credere in se stessi, distruggere l’altra, quella orientale, demistificandola e svelando che non conta nulla, che in realtà sono solo parole e uno sfondo esotico. Che poi è la ragione per la quale da decenni Hollywood ambienta i film all’estero fingendo di rappresentarne la cultura ma in realtà presentandone una versione macchiettistica.
Il risultato è esattamente il medesimo fascino che possiede il wrestling: tutti sanno che è finto ma tutti agiscono come fosse vero (partecipanti, commentatori, pubblico) perché è proprio l’esistenza di quella finzione a creare l’intrattenimento e il senso. Kung Fu Panda fa lo stesso con l’etica cinese: non ci crede minimamente ma finge di farlo quanto basta per divertirsi e divertire.

E nonostante questo possa sembrare una pratica altamente deprecabile, in realtà è molto più onesta di tutto quello che fanno i film d’animazione meno scaltri e ha un risultato di maggiore coinvolgimento, un alto e basso, un batti e ribatti tra etica e filosofia che illustra tantissime contraddizioni dello spiritualismo annacquato della società occidentale, affascinata da quella orientale.

Come detto all’inizio non è certo questo il vero e ultimo segreto del successo e della bontà di Kung Fu Panda, che è un film dall’umorismo devastante e che mostra una grandissima capacità di portare avanti questo umorismo in tanti modi diversi con trovate originali e funzionali alla storia. Eppure c’è nella sua versione della storia classica di La 36esima Camera Dello Shaolin questa ibridazione con qualcosa di più noto e questo meccanismo di disinnesco che assieme ad una dimensione visiva molto più raffinata della media lo pongono immediatamente su un altro piano rispetto al resto.

 

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