Star Wars: L'Ascesa di Skywalker trova il suo peggior nemico in se stesso
In occasione dello Star Wars Day, Star Wars: L'Ascesa di Skywalker arriva su Disney+ e noi torniamo a riflettere sull'ultimo capitolo della saga
E quando c’è di mezzo il cuore è difficile osservare con lucidità ed è facile lasciarsi trasportare. Quando, poco meno di un anno fa, le prime immagini di Episodio IX hanno iniziato a circolare, nonostante il viaggio movimentato della saga negli ultimi anni, abbiamo voluto comunque sognare un finale grandioso ed epocale. E lo stesso JJ Abrams, chiamato al compito più difficile, puntava alto nelle sue ambizioni: L’Ascesa di Skywalker voleva e doveva essere la conclusione non solo dell’ultima trilogia di “sequel”, ma quella di tutti e nove gli episodi. Ragionamento giusto, ma che col senno di poi appare un obiettivo più titanico che mai, e che per essere quello che voleva essere avrebbe necessitato di tempi di realizzazione ben più dilatati e di una situazione di partenza meno controversa.
Questo non significa certo che tutto sia da buttare, anzi: nella miglior tradizione dei film di Star Wars, è una pellicola energica, appassionata, che afferra lo spettatore e lo trascina nella sarabanda di avventure, inseguimenti, drammi, emozioni e grandi battaglie che è lecito aspettarsi. Da questo punto di vista, L’Ascesa completa con successo almeno un paio di risultati importanti.
Un primo merito che va riconosciuto a L’Ascesa di Skywalker è quello di essere una gioia per gli occhiUn primo merito che va riconosciuto a L’Ascesa di Skywalker è quello di essere una gioia per gli occhi. Alcuni concetti visivi sono imponenti e mozzafiato, come il sinistro pianeta Exegol, il mondo occulto dei Sith, concepito come una voragine infernale di dantesca memoria in cui è necessario calarsi attraverso una parata di orrori e dove nel punto più basso attende l’irriducibile fulcro del male dell’intera saga. Altrettanto potente e tumultuoso è lo scenario dei frantumi della seconda Morte Nera, squassati dalle onde tempestose che fanno da eco alle passioni incontrollate dei due duellanti. Pulite e lucide, anche se spesso concitate, le scene d’azione di ogni genere, che si tratti di inseguimenti, duelli, battaglie terrestri o spaziali. La messa in scena è sempre di ampio respiro, carica di sense of wonder e di frenesia coinvolgente.

Se però L’Ascesa di Skywalker supera la prova dell’occhio e quella del cuore, cade sulla terza e ultima prova, quella della mente. Sottoposto a un’analisi più distaccata e “adulta”, separata dalle emozioni, la storia mostra diversi difetti che rischiano di renderla insoddisfacente ai palati più smaliziati. Nella foga di riallacciare, raccontare, chiudere, correggere il tiro e suscitare emozioni, si perdono vari pezzi per strada: la “caccia al tesoro” iniziale è eccessivamente macchinosa e divora tempo e spazio in un film che ha già troppi argomenti da mettere sul piatto; ne fanno le spese i nuovi personaggi introdotti in questa pellicola, che lasciano per buona parte il tempo che trovano, quelli ereditati dalle pellicole precedenti (Maz Kanata e Rose relegate sullo sfondo) e perfino alcune vecchie glorie come R2-D2, che da simbolo della saga ed elemento risolutore di mille situazioni, scompare praticamente nel nulla. Ne risentono anche i dialoghi, che salvo qualche concessione all’umorismo rapido e fugace, sono appesantiti dalla necessità di una fitta esposizione volta a spiegare che “dobbiamo trovare X per fare Y, altrimenti succederà Z”. Vista l’abbondante mole di carne al fuoco, uno snellimento e una trama più lineare nella prima parte avrebbero liberato tempo ed energie preziose.
Qui sospendiamo il giudizio, perché la risposta definitiva può darsela solo il singolo spettatore. È forse più saggio e appropriato avvicinarsi al capitolo finale della saga con gli occhi e la mente di un bambino, godersi le scorribande e le emozioni della storia raccontata e non stare a lambiccarsi troppo su certe implicazioni logiche barcollanti, che in fin dei conti accompagnano la saga fin dalla sua nascita.
Per contro, non sbaglia neanche chi apprezzava Star Wars, oltre che per le vicende umane dei personaggi, anche per la costruzione e lo sviluppo di un universo e di un’ambientazione fantastica e sterminata che cresceva in modo coerente; forse è questo il tipo di spettatore che esce più deluso da quest’ultima esperienza cinematografica, dove più che negli altri capitoli la “storia” della galassia di Star Wars ha finito per sacrificarsi all’emozione e alle storie individuali dei personaggi e alle traversie di realizzazione “extra-universe”.
Volendo riassumere in maniera iper-sintetica lo Star Wars del nuovo millennio potremmo dire che il pendolo ha oscillato e che abbiamo vissuto due approcci alla saga diametralmente opposti e parimenti esasperati. Abbiamo vissuto la monarchia assoluta del Lucas dei prequel, che faceva a meno di registi, sceneggiatori e produttori esecutivi meno che compiacenti e rispediva al mittente ogni input creativo estraneo al suo, finendo per essere cieco alle sue stesse mancanze e perdendo quel crogiolo di contributi che aveva fatto la fortuna della trilogia classica. E abbiamo vissuto l’“anarchia” creativa degli episodi VII-IX, dove al regista di turno sono state messe in mano le chiavi dell’intera operazione e dove l’assenza di una pianificazione a monte e di una visione univoca che fungesse da filo conduttore ha costretto la storia ad avanzare su un terreno troppo accidentato e il “pilota” a navigare a vista.Dev’esserci una via di mezzo tra questi estremi e la soluzione, anche se sembra banale dirlo col senno di poi, è forse qualcosa di molto analogo a quella che fu la formula della trilogia classica, dove un visionario definisce e vigila sulla struttura e sui temi portanti della storia e il team creativo di regista, sceneggiatori e produttori si concentra sulla realizzazione delle singole pellicole.
Chiusa questa prima grande fase dell’era Lucasfilm/Disney appare più chiaro che mai che deve esserci un “Mister Star Wars” che abbia l’onore e l’onere di tracciare la rotta del franchising nei tempi lunghi. Per mille motivi, da quelli anagrafici a quelli contrattuali, non può più trattarsi di George Lucas, ma un suo successore deve farsi avanti (puntando sulla F dovremmo stare tranquilli: Filoni, Favreau, Feige). In un’appropriata simbiosi con il parterre di nomi di talento che la gestione Disney ha dimostrato di saper mettere a disposizione in termini di regia, sceneggiatura e produzione, questa storica ambientazione amata da milioni di spettatori e appassionati può e dovrebbe raggiungere le vette che merita. Molto è stato fatto, di meglio si può fare, e quando si parla di Star Wars, il meglio non solo è auspicabile, ma è doveroso chiederlo.
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