Il nome di Paul Verhoeven viene spesso accompagnato a un equivoco, l’idea cioè che il regista olandese faccia della satira la sua principale cifra stilistica in quanto europeo che fa cose americane e ne approfitta per prenderle in giro.

La realtà è che la vera cifra stilistica di Verhoeven non è la satira ma il parossismo, legato senza dubbio al suo essere un europeo che guarda alle cose americane con sguardo disincantato e un po’ ironico: per Verhoeven gli Stati Uniti sono prima di tutto esagerazione, gigantismo, manovella del volume girata a 11, e il suo cinema nasce da questa sua lettura, dalla voglia di fare baccano quanto lo fanno loro. In certi casi, si veda Starship Troopers ma anche RoboCop, questo approccio si traduce, appunto, in satira; in altri, come Basic Instinct (appena arrivato su Netflix), un ultra-noir che non abbassa mai la voce, non c’è spazio per le prese in giro, solo per un’ipersaturazione di stimoli e una sorta di riassunto di tutte le puntate precedenti per il genere, spalmate su oltre due ore che hanno il respiro di un’epica e il ritmo del pilot di una serie TV.

The bisexual did it

Ripensare alla storia produttiva di Basic Instinct oggi, in questo preciso periodo storico, fa sorgere spontanea la domanda: come sarebbero andate le cose se ci fosse stata Internet? Terzo film in cinque anni per un Verhoeven in formissima che veniva da RoboCop e Atto di forza, lo scrisse Joe Eszterhas (quello di Flashdance), e lo produsse l’allora lanciatissima Carolco Pictures, che solo negli ultimi due anni aveva fatto uscire Terminator 2, The Doors, Allucinazione perversa e appunto Atto di forza. Il set era in sostanza un best of del cinema più o meno indipendente dell’inizio degli anni Novanta, e fece notizia fin dal primo giorno di riprese a San Francisco, quando un gruppo di attivist* per quelli che al tempo si chiamavano genericamente e un po’ ingenuamente “gay rights” si piazzò in location per fare casino e protestare contro un film che secondo loro presenteva l’omosessualità in chiave negativa e demonizzante; come potete leggere qui ci fu anche chi andò a volantinare il giorno della prima del film, e tra gli slogan scritti sui volantini c’era anche un notevolissimo “Save Your Money – The Bisexual Did It”.

Il paragrafo precedente serve per dire che se c’è un’opera degli anni Novanta per cui vale la pena utilizzare l’espressione “film scandalo”, quest’opera è Basic Instinct, che fece arrabbiare un po’ chiunque, non solo gli attivisti di San Francisco: fece arrabbiare per la presenza di una scena di stupro, perché era troppo violento, perché era troppo sexy, perché era uno spottone per le sigarette, perché si apre con il primo piano di un pene entro i primi cinque minuti, fece arrabbiare Sharon Stone perché la scena più famosa del film fu girata senza il suo consenso… e in effetti Basic Instinct è un film talmente pieno di stimoli, spunti e chiavi di lettura che è difficile star dietro a tutte e decidere al volo quale sia la più o meno offensiva – la soluzione, come spesso capita con Verhoeven, è accettare che l’intero film sia potenzialmente offensivo, e chiedersi semmai come sarebbe stato se Carolco Pictures gli avesse fatto fare tutto quello che aveva in mente invece di rimandargli indietro la sceneggiatura rivista da lui in prima persona dicendogli “rifiutiamo ogni tua singola modifica, usiamo quella originale”.

FUMATE!

Perché al di là della lettera del film – la storia dell’omicidio della rockstar Johnny Boz, del possibile coinvolgimento della sua amante e scrittrice di romanzi gialli Catherine Tramell e delle indagini del detective Nick Curran: se la conoscete ve la ricordate, se non la conoscete non vale la pena rovinarvi alcuna sorpresa –, Basic Instinct è un film maleducato, provocatorio, offensivo e urticante, che tira fuori il peggio da ogni personaggio costringendoli a vivere perennemente intrappolati con addosso una maschera teatrale, a ripetere ossessivamente gli stessi gesti, tic, errori esistenziali mentre procedono inevitabilmente verso la soluzione di tutti i misteri.

Un esempio piccolo ma efficace: fumano tutti, sempre, tantissimo, ci sono anche un paio di battute su come smettere di fumare sia impossibile, Sharon Stone entra in scena con una sigaretta tra le dita il 50% delle volte e nell’altro 50% se ne accende una entro qualche secondo; non è neanche più un loro vizio, è un rituale, qualcosa che bisogna fare perché siamo dentro a un noir e sia il detective con un passato violento sia la pupa bionda fatale coltivano questo vizio, ovviamente, sono le regole. In questo senso ha ragione chi dice che i personaggi di Basic Instinct non crescono, non cambiano, non seguono un vero e proprio arco ma piuttosto una spirale verso il peggio: è un film abitato da archetipi, messi su un palcoscenico a dare il peggio di loro.

Sesso, droga e Sharon Stone

Il protagonista è un Michael Douglas in piena crisi ormonale che interpreta un tizio tossico violento e stupratore che riesce nell’impresa di non suscitare mai manco per un istante anche solo un briciolo di empatia: è il peggio del peggio, l’uomo che non dovresti essere mai, ed è ovviamente 100% eterosessuale come tutti i maschi del film – la bisessualità è riservata ai personaggi femminili, tutte donne sessualmente voraci, onnivore, ciascuna pericolosa a modo suo, a volte in ossequio ai canoni del genere, altre volte stravolgendoli. Basic Instinct è un campionario di mostri, quasi obbligati a inseguire la carne, la violenza e il sesso e a rovinarsi la vita con ogni scelta che fanno. Parossismo, appunto.

Questo non significa che non sia un film che si colloca sul labile confine tra “provocatorio” e “offensivo” e più di una volta scavalla dal lato sbagliato; ma è anche vero che, per prendere a esempio la prima delle pietre dello scandalo, la scena dello stupro non è diversa da molte scene “sexy” delle quali Harrison Ford era specialista (si veda il secondo Indiana Jones, o anche Blade Runner) che cominciano con lei reticente e lui insistente e guascone e finiscono con lei felicissima di stare tra le sue braccia – c’è sempre al centro l’idea che il consenso sia una cosa da ottenere in corso d’opera invece che prima, e non è un caso che, per tornare a Basic Instinct, subito dopo la violenza la prima preoccupazione di lei non è “sono appena stata stuprata” ma “pensavi a un’altra?”. In altre parole, anche in quella che è senza dubbio una scena offensiva e sessista si trova traccia del fatto che stiamo guardando un film americano fatto da un europeo, e ogni sequenza, anche la più atroce, è sempre inquadrata con un minimo sindacale di distacco e occhio clinico (e se proprio volete anche satira).

È sorprendente constatare quanto Basic Instinct non sia invecchiato di un giorno, e anzi come forse oggi nel 2020 abbiamo molti più strumenti per analizzarlo e smontarlo e capirlo e problematizzarlo e contestualizzarlo: il film che sta sotto queste centinaia di strati di significato se lo merita.