Gli anni ‘40 furono durissimi per tutti, specie per gli studi di animazione che sostenevano grandi spese ed avevano bisogno di rientrare. Il mercato europeo li aveva mollati per la guerra e quello americano si preparava. Nel 1942 fallirono i Fleischer Studios, fenomenali artisti che per tutta la prima metà del ‘900 erano stati i veri rivali di Disney con opere pazzesche (prima di tutto Betty Boop ma il loro Braccio di Ferro era popolare quanto Topolino e i mediometraggi su Superman ancora oggi sono imbattuti per perfezione e inventiva). Disney aveva floppato con Bambi, Fantasia e Dumbo, aveva disperato bisogno di un colpaccio con il prossimo film: Cenerentola.

Fu a quel punto che Walt rimise insieme la vecchia squadra.

Li aveva chiamati Nine Old Men (un gioco di parole che veniva dai 9 giudici della corte suprema di Franklin Delano Roosevelt), erano i nove animatori chiave con cui aveva iniziato, quelli che avevano creato il primo lungometraggio d’animazione mai fatto, Biancaneve e i sette nani, e subito dopo Pinocchio. Successi giganti. Per i successivi 12 lunghi anni però avevano lavorato separati su film diversi, alcuni insieme ma mai tutti. Disney si prese 8 anni di silenzio per essere certo di averli tutti al lavoro sullo stesso film, andò all in con i soldi e con lo sforzo. Obiettivo dichiarato: rimettersi in piedi o chiudere come i Fleischer.

Il successo fu tale che non solo rimise in piedi lo studio ma gli diede fondi sufficienti per poter iniziare a lavorare a Disney World. Non a caso il castello di Cenerentola diventò il logo della Disney.

cenerentola

Per questo, con il senno di poi, in Cenerentola si possono vedere controluce i principi dell’animazione fissati da Walt Disney, lo showcase di tutto quello che aveva in mente e aveva capito e affinato nei decenni nella sua versione migliore. Pilastri fatti d’animazione su una storia che proponeva l’ideale disneiano fondamentale: un sogno si può avverare. Era già la pietra angolare di Pinocchio ed era il sogno di Dumbo di liberare la mamma e non essere più preso in giro, sarebbe stato il cuore della scena fondamentale di tutto il film: Cenerentola che in un attimo passa dall’essere vestita di stracci ad essere vestita per il ballo, il sogno che di colpo si avvera con la magia. Più volte Walt Disney ha poi detto che quella scena lì era il momento che lui amava di più di tutta la sua produzione, il cuore delle sue storie. La creò Marc Davis, solo uno dei 9 grandi vecchi (che poi vecchi non erano all’epoca).

La rivoluzione di Cenerentola doveva partire dalle basi Disney e doveva essere un ritorno ai veri valori dello studio seguendo 5 principi:

I veri movimenti

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Innanzitutto il calco sui veri movimenti, che era stato il segreto di Biancaneve. Helene Stanley fu presa per interpretare Cenerentola (in seguito sarebbe stata anche il riferimento per Aurora di La bella addormentata nel bosco e Anita di La carica dei 101). Aveva una grazia tutta sua, filmarono i suoi movimenti e la sua leggerezza per centrare le scene più complicate. Dei 9 a lavorare su Cenerentola erano in 3. Innanzitutto il supervisore, Les Clarke, l’uomo che aveva preso il posto di Ub Iwerks come “disegnatore ufficiale di Topolino” e lui odiava dover seguire i modelli reali (del resto gli animatori vogliono animare sempre da zero, vogliono inventare e non imitare).

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Più cruciale fu però il secondo animatore di Cenerentola, Eric Larson, che aveva in carico tutte le parti “giovanili”, cioè doveva assicurarsi che sembrasse una ragazza e non una donna. L’idea geniale fu di lavorare sui capelli di Helene Stanley e sulla spensieratezza del primo risveglio. Le espressioni invece erano in mano a Marc Davis (l’uomo della scena cruciale). Davis era spietato e voleva Cenerentola cinica e intelligente, non la voleva svampita e in balia degli eventi e gli diede sempre uno sguardo consapevole e acuto.

L’osservazione del mondo reale

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Osservare la realtà non serve ad ottenere movimenti realistici, come si faceva per Cenerentola, ma per dare atteggiamenti veri ai personaggi. Sembra scontato ma se si pensa alle invenzioni e ai movimenti impossibili dei concorrenti ormai falliti (i Fleischer) o anche alle Silly Symphonies dello stesso Disney, è facile capire come animare con tratti realistici fosse pionieristico e per niente scontato. Il capolavoro lo mise a segno Frank Thomas, che dei 9 era il più attento osservatore, ne aveva fatta una filosofia di vita.

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Lui era incaricato della matrigna Lady Tremaine e la svolta arrivò quando capì che a latere di una libreria infinita di sguardi meschini, le vere persone che mettono paura sono quelle che si muovono poco. Lady Tremaine in più di una scena rimane assolutamente immobile per qualche secondo in più del normale (cosa che in animazione è quasi una bestemmia) e questo crea ansia e tensione. La sua personalità sta tutta in quel volto impassibile che sembra attendere la prossima cattiveria da sparare.

Il senso del cartoon

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Ovviamente a fronte di tutto questo realismo non mancava anche tutta la parte più puramente “animata”, quella in cui lasciare sfogo più libero all’impossibile. Gli incaricati principali di questo erano due. Da una parte Ollie Johnston, il maestro degli animali, aveva curato quelli di Biancaneve e poi era stato l’asset fondamentale per Bambi. Qui era responsabile delle sorellastre, sufficientemente realistiche da non stonare accanto agli altri personaggi, ma anche decisamente esagerate per essere ridicole. Il ponte tra il mondo del realismo e quello del cartoon. Disney poi lo spingeva a mostrarle proprio brutte, a calcare la mano sulla componente respingente. Lo invitava a nozze.

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Dall’altra c’era Ward Kimball, puro animatore da cartoon seriale che nemmeno voleva sentire parlare di live action. Era stato il genio dietro il design e i movimenti del Grillo Parlante e ora gli venivano affidati i topi e il Gatto Lucifero, che non a caso è il personaggio meno sensato dal punto di vista dei movimenti di tutto il film. Non ha linee coerenti e si muove come nessun gatto farebbe mai, solo anatomia impossibile, comicità fisica, velocità e divertimento.

Il timing musicale

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Cruciale come sempre era il timing con la musica. Se ne occupava John Lounsbery (oltre a supportare Kimball sui topolini) che in Fantasia aveva curato da sé tutta la parte della Danza delle ore con ippopotami e coccodrilli, la più folle e a tempo. A lui veniva dato il compito di lavorare sulle sequenze musicali perché aveva un senso innato del tempo ed era bravissimo con l’azione, con i movimenti e con l’armonia delle scene.

L’uso degli oggetti di scena

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È un pilastro tra i più strani e inconsueti ma veniva dal fatto che due dei Nine Old Men, forse i più influenti e ingombranti, erano abilissimi in questo e quindi molto spazio di manovra veniva concesso loro. Il segreto di questo ritorno di Disney al successo dovevano essere i personaggi, certo, ma soprattutto doveva essere la maniera in cui interagivano con gli oggetti, creando scene veloci, maniere diverse di rendere la medesima storia di principi e principesse sorprendendo lo spettatore.

Wolfgang Reitherman, che sarebbe diventato poi uno dei registi più importanti dello studio (La spada nella roccia, La carica dei 101, Il libro della giungla, Gli aristogatti…), in Cenerentola era il maestro dell’azione, ha curato interamente una delle scene più difficili, quella della chiave portata dai topini. Il senso del peso, della fatica, il timing alternato con il resto degli eventi, la suspense e ancora il senso della grandissima impresa sono tutta farina del suo sacco, roba da vero regista.

 

E poi ultimo ma di certo non per importanza c’era Milt Kahl, caratteraccio intrattabile, detto il Michelangelo dell’animazione perché sapeva fare tutto e tutto benissimo. In quel gruppo di maestri lui era il maestro. Anche per questo era arrogantissimo e aveva un compito impossibile. Lui animava la personalità dei personaggi. E lo faceva con gli oggetti. In particolare litigò aspramente con Walt Disney per la fata madrina (che era tutta in capo a lui). Disney la voleva come in Pinocchio, slanciata e altera, lui la voleva rubiconda e anticonvenzionale. Sappiamo chi ha vinto.

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E ovviamente quella personalità della madrina ci viene raccontata con la bacchetta (come del resto quella del ciambellano è raccontata tramite il monocolo). L’idea è che lei sta pochissimo in scena, non c’è tempo di farla interagire e così scoprire che tipo è, lo dobbiamo capire da come si muove, la bacchetta sta lì solo per darle modo di svelare che tipo è tramite i movimenti.

Kahl fu l’unico dei 9 a mollare la Disney nel 1977 per diverbi.

Dopo quel successo pazzesco i 9 avrebbero lavorato tutti insieme ai due film successivi (quella follia lisergica che fu Alice nel paese delle meraviglie e poi Peter Pan), per poi separarsi di nuovo e non tornare mai più tutti insieme sullo stesso progetto.

Di fatto in quegli 8 anni che portarono all’uscita di Cenerentola nel 1950 salvarono la Disney.

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