Art Attack, Giovanni Muciaccia svela il retroscena dietro il programma cult
Per un’intera generazione è stato sinonimo di creatività, colla vinilica, forbici e improbabili lavoretti da rifare in casa. Ma dietro la semplicità apparente di Art Attack c’era una macchina televisiva molto più complessa di quanto i bambini potessero immaginare. Giovanni Muciaccia in un'intervista ha raccontato i retroscena di un’esperienza che gli ha cambiato la vita.
C'è una generazione che, davanti a una bottiglia di colla vinilica e a un paio di forbici dalla punta arrotondata, torna immediatamente all'infanzia. È l'effetto Art Attack, uno dei programmi cult della televisione per ragazzi, che ha trasformato materiali poverissimi in castelli, animali, paesaggi e gigantesche opere da guardare con la bocca aperta.
Ma dietro quella televisione apparentemente semplice, colorata e rassicurante, si nascondeva una produzione internazionale tutt'altro che banale. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti raccontati dallo stesso Muciaccia in un'intervista rilasciata a FanPage.
L'idea di Art Attack era geniale nella sua immediatezza: mostrare ai bambini come realizzare qualcosa utilizzando oggetti facilmente reperibili. Carta, cartone, colori, giornali, materiali di recupero e colla diventavano gli ingredienti di una piccola magia televisiva. Il punto, però, è che quella semplicità doveva essere costruita con una precisione quasi industriale. Muciaccia ha descritto Art Attack come una vera macchina produttiva, ricordando soprattutto le lunghe trasferte necessarie per realizzare le puntate, rivelando che durante gli anni della prima edizione, trascorreva circa due mesi all'anno a Londra per le registrazioni. Non era lì soltanto il conduttore italiano: nella stessa struttura arrivavano i presentatori delle diverse versioni internazionali del format.
È un'immagine molto diversa da quella che arrivava nelle case italiane: Muciaccia davanti alla telecamera sembrava semplicemente un conduttore intento a spiegare un lavoretto. Dietro, invece, c'era una macchina internazionale fatta di tempi di produzione, coordinamento e riprese. Non stupisce quindi che, con il senno di poi, Muciaccia abbia parlato dell'esperienza come di un'avventura particolare e impegnativa. Il programma funzionava proprio perché riusciva a nascondere al pubblico tutta la complessità necessaria per ottenere quell'apparente naturalezza.
Uno dei grandi elementi spettacolari della trasmissione erano gli Attacchi d'arte alla grande. Il pubblico italiano vedeva Muciaccia lanciare la sfida e poi arrivava Neil Buchanan, il creatore e storico volto della versione britannica, alle prese con opere gigantesche realizzate disponendo oggetti, materiali e colori su superfici enormi. Quelle composizioni, viste dall'alto, diventavano immagini sorprendenti: un'idea semplice trasformata in uno spettacolo per la vista. Buchanan era una vera star internazionale del format e il suo ruolo andava ben oltre quello di un semplice collaboratore. Muciaccia ha ricordato che Art Attack era stato venduto in moltissimi Paesi e che Neil era diventato un volto riconoscibile in tutto il mondo.
“Avevo la mia famiglia che mi ostacolava, nonostante venissi da diverse esperienze in televisione e mi fossi già affrancato. In me scattò un senso di rivalsa. Non tornai a Foggia, ma dovetti affrontare la difficile vita romana. Col senno di poi posso affermare che quel periodo duro mi servì”.
Fu proprio il provino per Art Attack, accettato quasi senza credere di poter essere scelto, a cambiare radicalmente il corso della sua carriera. Il successo fu tale che, dopo la prima esperienza con il programma, Muciaccia si trovò persino davanti a una scelta difficile. Gli proposero la conduzione di Solletico, importante programma pomeridiano di Rai 1. Decise però di non accettare, privilegiando il rapporto professionale costruito con Disney Italia e tornando a Disney Club.
Se Art Attack aveva già costruito la sua popolarità tra bambini e ragazzi, a portare Muciaccia dentro un pubblico ancora più vasto fu Fiorello. L'imitazione del conduttore diventò uno dei tormentoni più riconoscibili della televisione italiana e contribuì a trasformare alcune delle sue espressioni e dei suoi strumenti di lavoro in veri riferimenti pop. Lo stesso Muciaccia ha definito quell'imitazione una sorta di consacrazione, spiegando che gli permise di essere riconosciuto anche dagli adulti.
Eppure la cosa più sorprendente è che Muciaccia non sembra vivere il successo di Art Attack come un peso. Al contrario, ha dichiarato di essere disposto a rifarlo ancora oggi, sostenendo che il principio alla base del programma sarebbe perfettamente compatibile con l'epoca dei tutorial e dei social.