Black Panther, Michael B. Jordan rivela di essere andato in terapia dopo aver interpretato Killmonger
Michael B. Jordan è andato in terapia dopo aver interpretato Killmonger in Black Panther. Il villain Marvel lo ha segnato profondamente a livello psicologico.
Quando Michael B. Jordan ha accettato il ruolo di Erik Killmonger in Black Panther, sapeva di avere tra le mani un'opportunità rara: interpretare uno dei villain più complessi e sfaccettati dell'intero Marvel Cinematic Universe. Quello che non poteva prevedere era quanto profondamente quel personaggio avrebbe scavato dentro di lui, al punto da rendere necessario un percorso terapeutico per liberarsene. Durante un'intervista rilasciata a CBS Sunday Morning, l'attore ha rivelato per la prima volta i dettagli di questa esperienza che ha segnato un punto di svolta nella sua vita personale e professionale.
Killmonger, il cugino antagonista di T'Challa mosso da rabbia, vendetta e da un doloroso senso di abbandono, è rimasto attaccato a Jordan ben oltre la fine delle riprese. "Mi è rimasto dentro per un po'", ha ammesso con una franchezza disarmante, aggiungendo che ha sentito il bisogno di rivolgersi a un terapeuta per elaborare quello che stava provando.La scelta di cercare aiuto professionale non è stata immediata. Jordan stava ancora imparando, in quella fase della sua carriera, che decomprimere da un personaggio così intenso non è un optional, ma una necessità. La terapia gli ha fornito uno spazio sicuro dove parlare di ciò che sentiva, un'occasione per metabolizzare le emozioni violente e il carico psicologico di un ruolo che richiedeva di incarnare rabbia, dolore e conflitto identitario.
Ma quello che era iniziato come un modo per "staccare" da Killmonger si è trasformato in qualcosa di molto più grande: un viaggio di auto-scoperta. Jordan ha iniziato a esplorare non solo il rapporto con i suoi personaggi, ma anche con se stesso, con le proprie emozioni, con il modo in cui comunica. Il risultato è stato una trasformazione che l'attore descrive con orgoglio: si sente oggi una persona più completa, un comunicatore migliore, qualcuno più equilibrato "dentro e fuori".
La rivelazione di Jordan assume un significato ancora più potente quando si considera il contesto culturale in cui si inserisce. L'attore ha voluto sottolineare come la terapia sia uno strumento prezioso soprattutto per gli uomini, una categoria ancora troppo spesso restia a chiedere aiuto o a parlare apertamente delle proprie difficoltà emotive. "Penso sia importante che gli uomini vadano a parlare", ha dichiarato, aggiungendo di non provare alcuna vergogna per la sua scelta, anzi di esserne molto fiero.
Il messaggio è chiaro e diretto: prendersi cura della propria salute mentale non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza e forza. In un'industria come quella hollywoodiana, dove l'immagine di invincibilità è spesso considerata una necessità, l'apertura di Jordan rappresenta un atto di coraggio che può ispirare migliaia di persone a fare lo stesso.
Dopo essersi finalmente liberato del peso psicologico di Killmonger attraverso la terapia, Jordan ha continuato la sua ascesa nel cinema. Ha recitato in Creed II e più recentemente in Sinners, diretto ancora una volta da Ryan Coogler, un film che nel 2025 ha incassato 368 milioni di dollari e gli è valso nomination ai Critics' Choice Awards e ai Golden Globe. Molti osservatori del settore considerano Sinners il veicolo che potrebbe finalmente portare Jordan alla sua prima nomination agli Oscar come attore protagonista.
La storia di Michael B. Jordan e della sua terapia post-Killmonger racconta qualcosa di fondamentale sul mestiere dell'attore e sulla natura dell'arte performativa. Quando un interprete si immerge completamente in un ruolo, soprattutto uno carico di traumi, violenza e dolore come Erik Killmonger, le conseguenze non si limitano al set. Le emozioni non rispettano i confini tra finzione e realtà, e ignorare questo fatto può portare a conseguenze serie sul benessere psicologico.