Cesare deve morire: quando l’Orso d’oro è più giovane dei pregiudizi
Il film dei fratelli Taviani dimostra che non è l’età dei suoi realizzatori a determinare la capacità di percorrere strade e linguaggi anticonvenzionali.
Ottanta e ottantadue anni.
I Taviani non giudicano i membri del proprio cast, non li assolvono dai loro peccati (a inizio film una didascalia sul viso di ogni detenuto indica la ragione e il tempo della condanna da scontare), ma gli danno quantomeno la possibilità di riflettere sulle proprie responsabilità, sugli ideali che dovrebbero essere fari nelle vite di ognuno di noi e al senso di sacrificio. Sono questi infatti i temi portanti del testo di Shakespeare, un’opera che anche nella sua più ridotta delle trasposizioni prende cervello e stomaco. I due fratelli di San Miniato non si accontentano di seguire la sceneggiatura, ma scelgono di rendere epico il tutto con tagli di montaggio improvvisi, primi piani carichi di tensione ed un bianco e nero che suggerisce quell’idea di immutabilità della storia che è tanto quella dell’Antica Roma che dei carcerati chiamati a rievocarla per l’occasione.
In pochi si aspettavano un Orso d’oro ai Taviani, ma non per la qualità del film, sui cui concordavano quasi tutti (sono stati tanti gli applausi in sala dopo la proiezione per la stampa al Berlinal Palast), ma per quel suo essere catalogabile come “docu-fiction”, genere normalmente disdegnato dai festival più duri e puri. Lo Spiegel ha parlato dell’assegnazione dell’Orso d’oro a Cesare deve morire come di “una scelta conservativa in una competizione piena di film giovani, impegnati e politici”. Non potrebbe essere più fuori strada. Ben venga il cinema dei Taviani, potente tanto nelle immagini che nei contenuti. Tutto il resto sono speculazioni che sanno più da tifo da stadio che da giudizi veramente critici.