Christopher Nolan difende Odissea e spiega cosa non va nella critica cinematografica di oggi
Christopher Nolan dice che un certo tipo di critica cinematografica ha un problema di fondo e spiega perché, prendendo come esempio Odissea.
Christopher Nolan non è tipo da mezze misure, nemmeno quando si tratta di difendere le proprie scelte autoriali, e durante un'intervista promozionale per il suo ultimo kolossal Odissea, il regista britannico ha affrontato a viso aperto quella che considera una distorsione profonda nella critica cinematografica contemporanea: l'idea che riconoscere i meccanismi narrativi di un film ne annulli automaticamente l'efficacia.
L'occasione è arrivata nel corso di una conversazione con Zhong Shu, docente di filosofia politica e conduttrice di podcast, pubblicata venerdì sulla piattaforma cinese di condivisione video Bilibili. Il dialogo ha toccato uno dei punti più dibattuti della sua interpretazione dell'Odissea: la rappresentazione del genio militare di Ulisse, interpretato da Matt Damon, come qualcosa di cui il protagonista deve pentirsi e su cui deve riflettere. Un approccio decisamente contemporaneo, lontano anni luce dalla lettura tradizionale del personaggio nella cultura greca antica.Ma è proprio partendo da questo aspetto che Nolan ha costruito la sua difesa, articolando un pensiero che va ben oltre il singolo film. Per il regista di Inception e Interstellar, il cinema deve necessariamente dialogare con le aspettative del pubblico moderno, utilizzando meccanismi narrativi riconoscibili nel contesto dell'adattamento. Niente di rivoluzionario, ma è qui che emerge il nodo critico, secondo il regista inglese.
"La critica che viene spesso mossa ai film in generale è: 'Oh, il personaggio deve essere reso simpatico, quindi il personaggio viene manipolato o modificato in modi diversi'. E questo è, in un certo senso, un difetto fondamentale della critica cinematografica. Perché essere in grado di identificare il meccanismo non invalida il meccanismo. E questo è un vero problema nella critica odierna". - Christopher Nolan
Il punto è sottile ma dirompente, visto che secondo Nolan, esiste una tendenza diffusa, specialmente tra i critici dilettanti, a considerare inefficace una strategia narrativa semplicemente perché se ne riconosce il funzionamento. Come se capire perché un colpo di scena ci sorprende o perché un personaggio ci commuove ne annullasse l'impatto emotivo. Una logica che il regista smonta pezzo per pezzo.
Nolan ha però tenuto a precisare che questa deriva è più evidente nella critica amatoriale, mentre quella professionale "tende a comprendere la necessità di questi meccanismi". Una distinzione importante, che riflette la differenza tra chi possiede gli strumenti analitici per valutare un'opera nella sua complessità e chi si ferma alla superficie del riconoscimento formale. Il regista ha quindi allargato il discorso a quello che definisce la "lingua franca" dello storytelling hollywoodiano, un linguaggio universale costruito in oltre un secolo di cinema. "È un linguaggio narrativo moderno molto, molto accessibile, e ha determinate regole e convenzioni. Puoi infrangere quelle convenzioni. Puoi piegarle. Puoi spostarle. Ma devi esserne consapevole", ha sottolineato."La gente ha questa idea: 'Siccome capisco perché la storia mi colpisce in questo modo, allora non ha funzionato'. Non è così che funziona lo storytelling. Quando creiamo una figura eroica in una storia, come narratori, dobbiamo essere consapevoli dell'energia che il pubblico porta a quella storia e dell'interazione tra la nostra intenzione e il modo in cui il pubblico la riceve. Il fatto che quel meccanismo sia identificabile non lo invalida". - Christopher Nolan
Certo, quando un tropo diventa troppo familiare per il pubblico deve essere modificato. La grammatica cinematografica evolve proprio in risposta a questa saturazione, ma questo non significa rifiutare in blocco i meccanismi consolidati. Al contrario, i filmmaker li utilizzano consapevolmente, costruendo su quella comprensione condivisa che deriva dal fatto che il pubblico ha visto molti film e padroneggia quel linguaggio. Alla fine, la posizione di Nolan solleva una questione che va oltre il suo ultimo lavoro: quanto conta la consapevolezza critica nell'esperienza cinematografica? Riconoscere che un regista sta utilizzando una determinata tecnica per suscitare un'emozione ci rende davvero immuni a quell'emozione? La risposta del regista è netta: no. E forse è proprio questa ostinata fiducia nel potere del cinema, anche quando i suoi meccanismi sono smascherati, a rendere il suo lavoro così incisivo.
Comunque l'intervista rappresenta la risposta più completa di Nolan alle critiche rivolte alla sua Odissea, anche se l'intervistatrice non cita esplicitamente recensioni specifiche, limitandosi ad accennare con ironia alle letture scettiche di "classicisti" e "accademici". Tra questi, Emily Wilson, la cui traduzione moderna del poema omerico è stata pubblicata nel 2017, ha stroncato il film nei giorni scorsi, sostenendo che i temi siano "filtrati attraverso idee americane contemporanee sull'importanza della carità filantropica", cosa che di per sé non sarebbe un problema se i valori e la visione del film fossero coerenti.