Christopher Nolan rivela uno dei suoi film preferiti: è degli anni '80, senza dialoghi né personaggi
Christopher Nolan definisce Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio "puro cinema": il capolavoro del 1982 senza dialoghi né personaggi, solo immagini e musica di Philip Glass.
Era inevitabile, e alla fine è successo. Christopher Nolan, il regista che ha appena conquistato il mondo con L'Odissea, ha varcato le porte del leggendario Criterion Closet, quel tempio newyorkese del cinema d'autore dove i registi di caratura internazionale possono scegliere gratuitamente i blu-ray che desiderano da un catalogo sterminato. Un sogno per qualsiasi cinefilo, un momento quasi rituale per chi ha fatto della settima arte la propria vita.
Nelle immagini diffuse da Criterion, Nolan si aggira tra gli scaffali con una borsa di tela, pronto a fare incetta di capolavori. Le sue scelte raccontano molto del suo DNA cinematografico: The Killers di Don Siegel del 1964, basato su un racconto di Ernest Hemingway e interpretato da John Cassavetes, sembra perfettamente in linea con il suo amore per la narrazione complessa. Non a caso, subito dopo afferra il box set dedicato proprio a Cassavetes, che include titoli fondamentali come Shadows, Faces, Una moglie e La morte in diretta.
Nolan raccoglie il box set della trilogia Qatsi di Godfrey Reggio, definendo il primo capitolo, Koyaanisqatsi del 1982, come "uno dei grandi esempi di puro cinema". Un'affermazione che merita di essere sviscerata, perché non si tratta di un complimento qualunque.
Koyaanisqatsi è un'opera che sfida ogni convenzione narrativa. Per 86 minuti non compare un solo personaggio, non viene pronunciata una parola di dialogo, non c'è narrazione o testo esplicativo. Solo immagini, montate con precisione chirurgica, accompagnate dalla colonna sonora ipnotica e martellante di Philip Glass. Il titolo stesso, che in lingua Hopi significa "vita fuori equilibrio", è scandito da un coro di voci profonde che risuona come un mantra ancestrale.
Il film è un montaggio di paesaggi naturali ampi e silenziosi, alternati a sequenze frenetiche di città congestionate dal traffico, illuminate al neon, divorate dal cemento. Reggio gioca con i contrasti: l'oceano che si infrange sugli scogli tagliato bruscamente con immagini di miniere a cielo aperto che sventrano la terra. La bellezza primordiale del pianeta messa a confronto con la devastazione sistematica operata dall'uomo. Il crescendo visivo culmina con l'esplosione di una bomba nucleare e un razzo che si disintegra in volo, i cui frammenti ricadono a terra come simbolo di un'umanità che ha perso il controllo.
La scelta di Nolan di celebrare Koyaanisqatsi nel Criterion Closet è indicativa. Il regista britannico ha sempre dimostrato un'ossessione per il tempo, per la percezione, per il modo in cui il cinema può manipolare la realtà e la coscienza dello spettatore. Film come Memento, Inception, Interstellar e Dunkirk giocano continuamente con la struttura temporale, con il montaggio come strumento per creare significato al di là del dialogo. In un certo senso, l'approccio di Reggio rappresenta la forma più estrema di questa filosofia: eliminare del tutto le parole per lasciare che siano solo le immagini e il suono a parlare.
Nel frattempo, mentre L'Odissea continua la sua corsa al botteghino, ci si chiede se riuscirà mai a raggiungere il miliardo di dollari d'incassi. Ma forse la vera lezione che Nolan ci lascia con la sua visita al Criterion Closet è un'altra: il cinema non si misura solo nei numeri, negli Oscar o nelle classifiche. A volte, i grandi pezzi di puro cinema sono quelli che sfidano, che disturbano, che costringono a vedere il mondo con occhi nuovi. Anche se durano solo 86 minuti e non dicono una sola parola.