Odissea: Christopher Nolan svela come ha reso Polifemo così terrificante senza affidarsi alla CGI
Il regista racconta come ha realizzato il ciclope di Odissea con pupazzi, animatronica ed effetti pratici, limitando al minimo la CGI.
Quando Christopher Nolan ha annunciato di voler portare sul grande schermo la propria interpretazione dell'Odissea, uno dei dubbi più ricorrenti riguardava certamente le creature mitologiche. Come si fa a rendere credibile Polifemo, il ciclope divoratore di uomini, senza trasformarlo in un personaggio da fantasy tradizionale? La risposta è arrivata direttamente dal set e ha confermato la filosofia che il regista britannico porta avanti da sempre: effetti pratici, marionette meccaniche, scenografie reali. Niente CGI, o quasi.
Il Polifemo di Nolan nasce da una domanda molto semplice, come ha spiegato il regista stesso a Empire: "Come sarebbe questa situazione nella realtà?" Partire da questo interrogativo ha significato costruire fisicamente il mostro, renderlo tangibile, presente. E il risultato è una creatura alta 18 metri, realizzata attraverso un mix di animatronica, pupazzi giganteschi e un lavoro certosino sulle prospettive. Un approccio fondamentalmente retrò che riporta il cinema a un'epoca in cui l'artigianalità faceva la differenza.L'incontro con Polifemo è uno dei passaggi più celebri dell'Odissea. Intrappolato nella grotta del ciclope, Ulisse riesce a salvarsi grazie a uno dei suoi stratagemmi più famosi: si presenta come "Nessuno", fa ubriacare il gigante e lo acceca mentre dorme, permettendo ai suoi uomini di fuggire nascosti sotto il ventre delle pecore. Ma la vittoria ha un prezzo: umiliato, Polifemo invoca il padre Poseidone, dando il via alla maledizione che trasformerà il viaggio di ritorno verso Itaca in un'odissea lunga dieci anni. Nel film di Christopher Nolan, questa sequenza non è solo uno spettacolare scontro con una creatura mitologica, ma anche il momento che cambia per sempre il destino del protagonista.
Ma come si trasforma tutto questo in immagini? La scena del banchetto di Polifemo è probabilmente quella che meglio rappresenta l'approccio del regista. Nolan aveva un'immagine precisa in testa: voleva replicare le movenze e le atmosfere oscure del dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya. Quella tela del 1823, con il suo realismo brutale e disturbante, è diventata la stella polare per costruire la sequenza più sanguinaria del film.
Per raggiungere questo risultato è stato costruito un gigantesco pupazzo del ciclope, potenziato da una CGI quasi invisibile per rendere vivo Polifemo. Poi si è lavorato tra prospettive e bambole di lattice. Nel dietro le quinte condiviso dalla Hamer FX di Los Angeles, vengono mostrate queste bambole riempite di sangue finto: essendo molto fragili, con un solo morso l'effetto che si ottiene è proprio uno smembramento. Sul set l'attore Bill Irwin addentava davvero le repliche decisamente realistiche dei soldati e con un gioco di prospettive apparivano credibili le proporzioni tra umani e ciclope.Le bambole di lattice erano incredibilmente dettagliate, progettate per essere distrutte in una sola ripresa. Questo ha permesso di ottenere reazioni genuine da parte degli attori e una resa visiva che nessuna animazione digitale avrebbe potuto garantire con la stessa intensità. Per il resto faceva gioco l'oscurità in cui era immersa la caverna di Polifemo, un elemento che Nolan ha sfruttato magistralmente per nascondere i meccanismi e amplificare la tensione. Gli effetti pratici retrò hanno maggiore probabilità di risultare inquietanti: è quello che ha fatto la differenza nel film horror del 2014 Babadook, dove gli effetti speciali vecchio stile hanno donato alla creatura un aspetto ancora più pauroso.
Nella pellicola di Jennifer Kent l'assenza di CGI era dovuta a una riduzione importante di budget. Nel caso di Christopher Nolan invece è una scelta consapevole dagli esiti sinistri. Proprio per l'intensità e per la tensione che ha restituito al pubblico in questi anni, da Batman a L'Odissea, il pubblico chiede a gran voce un horror firmato da Nolan. La dimostrazione che il regista possiede tutti gli strumenti per affrontare il genere è arrivata proprio con questa sequenza: l'uso della luce, il ritmo narrativo, la costruzione della suspense e soprattutto la capacità di rendere fisicamente presente la minaccia.
L'approccio di Nolan è sempre stato quello di aguzzare l'ingegno, di trovare soluzioni creative ai problemi tecnici. L'Odissea, con i suoi giganti e i suoi mostri, ha visto questa particolare abilità stimolata ed esplorata fino in fondo. Dall'idea geniale per la scena dei Lestrigoni, dove ha usato tecniche innovative senza ricorrere alla computer grafica, fino al banchetto di Polifemo, ogni sequenza è stata pensata per esistere materialmente davanti alla macchina da presa.
Il risultato finale è una creatura che non sembra un prodotto digitale ma qualcosa che condivide lo stesso spazio fisico degli attori. Questa scelta registicamente coraggiosa ha un impatto diretto sulla percezione dello spettatore: Polifemo non è solo visivamente credibile, è anche emotivamente presente. La paura che trasmette nasce dalla sua concretezza, dal fatto che esiste davvero, anche se solo per il tempo necessario a girare la scena. La struttura alta 18 metri del ciclope rappresenta uno degli sforzi produttivi più ambiziosi del film.
Costruire un pupazzo di quelle dimensioni, animarlo in modo credibile e integrarlo con le riprese dal vivo richiede una coordinazione maniacale tra reparti diversi: scenografia, effetti speciali, fotografia, recitazione. Ogni elemento deve funzionare in sincronia per creare l'illusione perfetta. Nolan ha dimostrato ancora una volta che la tecnologia non è l'unico modo per rendere straordinario il cinema. Anzi, a volte tornare alle origini, alle tecniche artigianali, ai pupazzi e alle marionette può generare un senso di meraviglia che la perfezione digitale non riesce a eguagliare.
C'è qualcosa di profondamente umano in un effetto pratico, una imperfezione che paradossalmente lo rende più vero. Odissea di Christopher Nolan è quindi anche un film sulla materialità del cinema, sulla capacità di costruire mondi attraverso oggetti reali, ed il pubblico sta apprezzando e non poco questa filosofia del regista inglese. Polifemo non è solo un personaggio mitologico riportato in vita: è la dimostrazione che si può ancora fare grande spettacolo senza affidarsi completamente agli algoritmi. E in un'epoca dominata dal digitale questa scelta ha il sapore di una piccola rivoluzione.